Libera circolazione delle persone, la lezione svizzera per la Brexit

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nel febbraio 2014, a seguito di una votazione popolare decisa da 20 mila voti di differenza, la Svizzera ha inserito nella propria Costituzione la determinazione di tetti massimi per i permessi di dimora e contingenti annuali per tutti gli stranieri, calcolati in funzione dei bisogni dell’economia, inclusi i lavoratori provenienti dalla Ue. Si è inoltre stabilito che sul mercato del lavoro la preferenza dovesse essere data agli svizzeri. Ciò implicava la rinegoziazione dei trattati internazionali contrari a queste regole, l’accordo di libera circolazione delle persone con la Ue. L’esito referendario assegnava tre anni di tempo al parlamento elvetico per disciplinare il nuovo precetto costituzionale.

La Ue ha reagito avvertendo gli svizzeri che ogni limitazione al principio di libera circolazione delle persone avrebbe rimesso in discussione le decine di accordi bilaterali stipulati tra la Confederazione e l’Unione. La soluzione “eurocompatibile” elaborata dal parlamento svizzero dopo un lungo dibattito prevede che, in caso il tasso di disoccupazione in determinati gruppi professionali o regioni economiche risulti di molto superiore alla media, i datori di lavoro avranno l’obbligo di comunicare i posti vacanti ai centri regionali di collocamento. In seguito, dovranno convocare per un colloquio i candidati registrati presso gli uffici del lavoro che presentano un profilo corrispondente all’impiego. In caso di mancata assunzione, i datori di lavoro non dovranno giustificare formalmente la loro decisione, cosa che avrebbe creato il rischio di dispute legali, ma limitarsi a comunicarla.

L’esito referendario viene depotenziato da contingentamento dei flussi immigratori a evanescente misura di sostegno all’occupazione indigena. Il compromesso ha suscitato l’ira dei proponenti il referendum, il partito di destra Unione Democratica di Centro, che ha gridato al tradimento della volontà popolare, ma il Paese resta spaccato: il prossimo anno dovrebbe tenersi un referendum abrogativo dell’esito del febbraio 2014, intitolato enfaticamente “Fuori dal vicolo cieco!“. In Svizzera risiedono due milioni di stranieri, un quarto della popolazione totale. La metà circa di essi appartengono a quattro nazionalità: italiani, tedeschi, francesi, portoghesi. Per la Svizzera, l’immigrazione rappresenta da sempre un tema ambivalente: serve alla crescita economica ma rappresenta anche il mezzo col quale gli imprenditori orientati all’export si “difendono” dalla forza del cambio del franco, mettendo pressione al ribasso sulle retribuzioni.

La capitolazione elvetica alla libera circolazione delle persone è un monito alle velleità della Brexit, oltre a suonare ennesima conferma che la sovranità nazionale è concetto sempre più labile, nel mondo interdipendente in cui viviamo, con buona pace dei demagoghi che risolvono problemi complessi a colpi di slogan.

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