Privatizzare Finmeccanica non basta

di Andrea Gilli

Con la crisi del debito sovrano che avanza e l’economia italiana che rallenta, il bisogno di nuove manovre, per liberare la crescita o per recuperare risorse, cresce inesorabilmente. Una delle tante proposte sul tavolo riguarda la vendita delle quote di controllo delle grandi aziende italiane ancora a partecipazione statale. Oscar Giannino, di recente, ha lanciato un appello affinché Finmeccanica venga privatizzata completamente, obbligando quindi il Tesoro a cedere la sua partecipazione nell’azienda.

Giannino prende le mosse dalle dichiarazioni dell’ex-CEO e Presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, che, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, racconta il sottobosco di tangenti e malaffare che vive e si espande all’ombra della compagnia. Secondo Giannino, la privatizzazione dell’azienda non solo contribuirebbe ad abbassare il debito ma anche, se non soprattutto, a bloccare il mercato delle vacche che questa partecipazione pubblica continuerebbe ad alimentare.

Non sono d’accordo con Giannino. Nel mercato della difesa, corruzione e malaffare non sono una prerogativa del controllo pubblico: infatti, il mercato delle vacche (pork-barrel politics) ha luogo anche dove le aziende sono private (si veda questo lavoro di Gholz e Sapolsky, 1999/2000). La ragione si trova nella natura monopsonistica del mercato della difesa che, dando ai politici il controllo dell’intero mercato, porta decisioni politiche con la “p” minuscola a guidare le strategie aziendali dei colossi militari. In breve: quando le minacce esterne sono relativamente limitate (come nell’attuale fase del sistema internazionale), i politici, potendo decidere cosa, come, quando e quanto comprare, si preoccupano principalmente di proteggere i posti di lavoro (i loro elettori). Triste, ma è così. Se può consolare, non c’è nulla di nuovo: se n’era già accorto Churchill, con la sua consueta ironia:

“In the end a curious and characteristic solution was reached. The Admiralty had demanded six ships: the economists […] offered four: and we finally compromised on eight.” (McNeill, 1982: 277).

D’altronde, tornando ai tempi più recenti, la situazione europea ben riflette queste dinamiche. Pensiamo alla cantieristica militare: in Europa ci sono sia aziende a controllo pubblico (Fincantieri, DCNS) che aziende private (BAe Systems, TKMS, etc.). Questa differenza non ha influito sul consolidamento del settore, che è stato modesto ovunque (PCG et al.). Un caso interessante è quello britannico dove tutte le aziende sono private. Per favorire la chiusura di alcuni cantieri, la soluzione “efficiente” del Governo è stata la seguente: decidere di costruire due portaerei da 70,000 tonnellate, e £3,5 miliardi l’una. Poco importa che la seconda probabilmente non servisse. Ma d’altronde, non si può avere tutto nella vita: Tony Blair e Gordon Brown erano scozzesi. I cantieri navali sono la principale industria della Scozia. You can do the math, come dicono negli Stati Uniti.

Ritornando all’Italia, alla luce della particolare configurazione del mercato della difesa ci sono buone ragioni per pensare che – privatizzazione totale o meno di Finmeccanica – inefficienza, corruzione e malaffare continuino: magari cambieranno nella forma, ma non nella sostanza.

Quale soluzione, dunque? La soluzione da libro di testo dovrebbe consistere nell’abolire il monopsonio. Poichè non mi sembra una brillante idea quella di demandare alla Francia o alla Germania l’acquisto dei nostri armamenti, purtroppo questo problema non sembra risolvibile. Si possono però prendere delle altre misure.

In primo luogo si potrebbe procedere all’eliminazione della capacità produttiva in eccesso – sperando di trovare i soldi per garantire la riqualificazione di chi perderà il lavoro.

In secondo luogo, si può combattere l’altra distorsione del mercato della difesa: il suo elevato livello di concentrazione. Facendo i calcoli, la quota di mercato di Finmeccanica nel mercato italiano si aggira intorno all’70/80% (Bialos, 2009: 399-444). Non sono necessarie competenze avanzate in economia industriale per sapere che i monopoli sono inefficienti e che, in mano pubblica, producono pratiche discutibili e corruzione.

L’unico modo per combattere questa concentrazione consiste nell’aprire il nostro procurement militare ad aziende estere. Sfortunatamente, la faccenda, a questo punto, si complica ulteriormente, anziché semplificarsi.

In primo luogo, non è chiaro perché i politici dovrebbero rinunciare ad una situazione che li avvantaggia.

In secondo luogo, bisogna capire la dimensione internazionale del problema dell’industria della difesa. Produrre armamenti avanzati significa fare parte di un club limitato. Come in tutti i club, il costo di ingresso e di partecipazione può essere elevato, ma spesso i benefici possono essere maggiori. Essere in grado di produrre armamenti avanzati significa infatti poter influire sulla politica mondiale e guadagnare lauti extra-profitti dall’export.

Ma aprendo il mercato interno alla competizione internazionale, c’è il rischio di compromettere questa situazione, per esempio perché possono venire a mancare le economie di scala necessarie per certe produzioni. Per quadrare il cerchio, l’unica soluzione possible consiste nel cercare ulteriori alleanze internazionali. Non entro nella questione, perchè ciò richiederebbe un’altra analisi, ma il dato da trarre è che un tale obiettivo richiede una visione di politica estera, di Europa e di rapporti transatlantici.

La stessa visione è necessaria per risolvere un problema parallelo. Se vendere armamenti all’estero ha vantaggi economici (extra-profitti oligopolistic) e se i politici sono generalmente interessati a proteggere gli attuali livelli occupazionali (i loro elettori), allora è chiaro che il mercato della difesa, a livello internazionale, soffre dei tipici problemi dei mercati non ancora aperti al libero commercio. Purtroppo, la soluzione a questo problema si può trovare solo a livello internazionale: i vari europei dovrebbero sedersi ad un tavolo e ragionare su come procedere. Poichè liberalizzare la vendita di armamenti è diverso dal commerciare in noccioline, una visione chiara di politica estera, del futuro dell’UE e della NATO è imprescindibile.

Purtroppo, questa non sembra esserci attualmente: con gli Stati Uniti in crisi di leadership (leading from behind), l’Europa in crisi esistenziale e un governo tecnico a Roma, non mi pare ci siano le condizioni per approfondire un tale discorso.

Pensare che la soluzione possa essere trovata altrimenti è ingenuo: ci ha provato la Commissione Europea, e ci ha provato la Corte Europea di Giustizia: hanno fallito o falliranno. Lo scorso anno è entrata in vigore una direttiva della Commissione Europea, il Defense Package, che mira ad aumentare il livello di competizione nel procurement militare europeo così da eliminare le varie barriere protezionistiche ancora in essere. So far, so good? Non proprio. Infatti, c’è consenso univoco sul fatto che almeno i Paesi più grossi, piaccia o no, riusciranno ad aggirare la normativa (Edwards, 2011).

In conclusione, vendiamo pure la partecipazione in Finmeccanica: ciò aiuterà a ridurre il debito. Non illudiamoci però che ciò possa risolvere i vari problemi di cui soffre l’azienda e il settore. Questi hanno davvero poco a che fare con le partecipazioni pubbliche.