Il realismo neoclassico – Capire le relazioni internazionali/6

di Mauro Gilli

In alcuni precedenti articoli, ho brevemente riassunto i principali contributi alla scuola del realismo politico in relazioni internazionali. Partendo dalle origini, arrivando ai classici, fino al realismo strutturale (anche detto neorealismo) e alla teoria della stabilità egemonica. Anche se inizialmente non programmato, con questo post voglio illustrare brevemente ai lettori un altro, importante contributo: il realismo neoclassico.

Questa scuola di pensiero emerse all’inizio degli anni ’90 in risposta alle critiche al raelismo avanzate da costruttivisti e istituzionalisti liberali. Anche se ultimamente ha perso molto del suo fascino – nonostante alcuni contributi recenti – sarebbe ingiusto ignorare il suo contributo intellettuale e accademico.

Partiamo dalle origini: la fine della Guerra Fredda e il fallimento del neorealismo

 Dopo la fine della guerra fredda, i politologi anglosassoni si interrogarono su quello che era il paradigma dominante in relazioni internazionali. Secondo molti, l’incapacità del realismo strutturale di spiegare la fine della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica avrebbe inferto un colpo mortale a questa scuola di pensiero, rendendo pertanto necessario un ripensamento del modo di capire la politica internazionale (un dibattito simile, anch’esso basato sulla presunta incapacità di un paradigma dominante di spiegare un evento di portata epocale, si è avuto nel campo dell’economia, dopo la recessione del 2008. Per una comparazione tra i due dibattiti, si guardi questo articolo).

Questo dibattito emerse quando ancora non era disponibile alcun dato né alcun archivio che permettesse di fare luce sulle cause della fine della guerra fredda e dell’Unione Sovietica. In questo contesto, molti trovarono facile individuare nelle idee (specificamente la Perestroika e la Glasnost) un ruolo fondamentale che spiegava la decisione dell’URSS di finire la Guerra Fredda. Altri ancora guardarono al ruolo di Gorbachev nel permettere una transizione pacifica da un sistema internazionale competitivo (la Guerra Fredda), a uno più armonioso (il post-Guerra Fredda). Senza la possibilità di valutare empiricamente queste tesi, i politologi americani e inglesi che per i 20 anni precedenti erano stati nell’ombra ebbero la possibilità di venire alla ribalta (per una smentita di queste tesi, si guardino questi articoli di Wohlforth, Wohlforth e Brooks e Wohlforth e Schweller: 1, 2, 3, 4, 5 e soprattutto 6 e la risposta ad una critica di Robert English, 7).

In questo clima, nel quale il realismo era sotto attacco perchè “non aveva previsto la fine della guerra fredda” e perché “non considerava i fattori interni agli stati”, si sviluppò il realismo neoclassico.

Le origini intellettuali: “state-society relations” e la capacità di mobilizzare le risorse.

In verità, per quanto in molti si affrettassero ad accusare gli studiosi di relazioni internazionali di aver ignorato “i fattori interni” agli stati, le origini intellettuali del realismo neo-classico vanno trovate proprio nei lavori di studiosi neorealisti, e di altri, che durante la guerra fredda avevano capito l’importanza dei “domestic constraints” nel perseguimento di una determinata politica estera. In questo, dunque, il realismo neoclassico nasce come uno sviluppo naturale della scuola di pensiero sorta alla fine degli anni’70, e che voleva studiare la relazione tra “stato” e “società”. L’articolo di Stephen Krasner – quello Stephen Krasner che abbiamo già incontrato in passato – sulla politica commerciale e monetaria americana è forse una delle pietre miliari in questo filone di studio, per aver appunto illustrato per la prima volta come i vincoli domestici impedissero agli Stati Uniti di perseguire la politica commerciale desiderata dal Governo centrale. (per chi fosse interessato alla storia intellettuale della politologia americana, questo articolo va collocato nella più ampia scuola di pensiero che, di lì a poco, avreebbe tentato di “riportare lo Stato all’ordine del giorno“).

Sulla scia di Krasner troviamo inevitabilmente il lavoro di Gilpin – anch’esso trattato in precedenza -, quello di Barbara Haskel sull‘accesso alla società, il lavoro di Joanne Gowa sulla fine di Bretton Woods, e sicuramente un’altra pietra miliare della disciplina, “High Politics is Low Politics” di Michael Barnett. Questi lavori condividono un aspetto in comune: il tentativo di riportare lo studio della politica internazionale a livello domestico – per dirla in modo semplice, all politics is local.

L’idea che si trova dietro a questi studi è infatti molto semplice: la potenza degli Stati Uniti deriva, tra le altre cose, dalla capacità del governo centrale di raccogliere una quantità di risorse tale da poter finanziare la NASA, il Pentagono, il Military-Industrial Complex, le operazioni militari all’estero, etc. In altre parole, la potenza degli Stati Uniti deriva dal contributo di ogni singolo cittadino americano. Analogamente, la potenza americana deriva dall’accettazione o resistenza della popolazione americana stessa delle politiche implementate. Secondo Krasner, è proprio la forza della società americana a rendere il Governo centrale debole in alcuni campi – a suo dire quello commerciale – in quanto esso non può mantenere gli impegni presi con gli altri paesi (su questo aspetto, per chi fosse interessato, vale la pena guardare anche questo articolo di Robert Putnam su “Two Levels Games“).

Il realismo neoclassico

Da quanto appena scritto, emerge in modo chiaro il contributo del realismo neoclassico. Gli studiosi che si sono lanciati in questo filone di ricerca hanno sostanzialmente riportato all’attenzinoe la letteratura elencata qui sopra dando ad essa maggiore attenzione di quella che essa avesse ricevuto. Se il potere degli stati dipende, in ultima istanza, da fattori domestici agli stati, allora è necessario guardare come i “domestic constraints” limitino l’azione degli stati a livello internazionale.

Per chi fosse interessato, esiste un riassunto estremamente utile del Realismo Neoclassico scritto da Gideon Rose su World Politics. Per mancanza di tempo, e poichè questo articolo è già sufficientemente lungo, mi limiterò a descrivere brevemente due lavori, From Wealth to Power di Fareed Zakaria e In the Shadow of the Garrison State di Aaron Friedberg.

Il lavoro di Zakaria, che peraltro è la sua tesi di dottorato, parte da un puzzle empirico: come mai gli Stati Uniti, nonostante la sostenuta crescita economica registrata negli anni successivi alla Guerra Civile, non hanno iniziato ad espandersi fino alla fine del diciannovesimo secolo, diversamente da quanto i lavori di Gilpin e di Paul Kennedy suggerirebbero? Secondo Zakaria, la risposta va trovata nella differenza tra “national power” e “state power“. La crescita economica di uno paese, sostiene Zakaria, non corrisponde necessariamente ad un aumento del potere militare dello stato centrale. Solo quando questo aumenta la sua capacità di “estrarre” risorse dalla società su cui comanda (tassare e coscrivere), esso aumenterà il suo potere militare, e dunque la sua capacità di espandersi.

Il lavoro di Friedberg parte da un altro puzzle: come mai gli Stati Uniti, nonostante la crescita impetuosa della spesa in difesa durante la guerra fredda, non si sono trasformati in un “garrison state” (stato-caserma), come aveva previsto il sociologo Harold Lasswell? Per Friedberg la risposta va trovata nella cultura americata, dominata dall’opposizione all’accentramento del potere federale e in particolare dall’opposizione all’espansione dello stato (alle tasse e in più generale all’interferenza dello stato nella vita dei cittadini). Secondo Friedberg, è proprio questa cultura che ha spinto gli Stati Uniti a puntare su una politica di difesa – come con Eisenhower – basata principalmente sulla deterrenza nucleare (non essendo possibile aumentare la tassazione né espandere l’esercito) e successivamente all’abolizione della leva obbligatoria.

Il declino del realismo neoclassico 

Per quanto abbia contribuito al dibattito tra gli studiosi di relazioni internazionali, il realismo neoclassico ha avuto una vita breve. Se è forse ancora presto per celebrarne le gesta, bisogna riconoscere che il realismo neoclassico è emerso in un periodo nel quale lo studio delle relazioni internazionali iniziava ad incanalarsi verso due campi separati, il razionalismo e il costruttivismo, nel quale lo spazio per le meta-teorie veniva meno, e l’attenzione nel campo razionalista si spostava verso studi metodologicamente più sofisticati, e con “scope conditions” più limitate. Ciò detto, questi contributi non possono essere ignorati da chiunque voglia conoscere non solo la “storia intellettuale” della disciplina, ma anche capire i meccanismi che guidano la politica estera degli stati, e che determinano la politica internazionale.

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