Il realismo classico – Capire le Relazioni Internazionali/3

di Mauro Gilli

In un precedente articolo ho illustrato molto brevemente quali sono le origini del realismo: i contributi chiave che hanno creato le fondamenta della scuola realista in relazioni internazionali, e più recentemente delle teorie realiste. In questo articolo voglio brevemente riassumere quello che è il “Realismo Classico”, ovvero quella corrente di pensiero sviluppatasi prevalentemente dopo la fine della prima guerra mondiale in risposta al diffondersi dell’applicazione dell’approccio liberale nella conduzione della politica estera.

Come vedremo in futuro, agli occhi di molti contemporanei lo scoppio della prima guerra mondiale apparve come la logica conseguenza dell’applicazione del realismo (“Real Politik”) in politica estera: precisamente, il risultato del miope perseguimento dell'”equilibrio di potenza” sul continente europeo. E’ sulla base di questa conclusione che il presidente americano Woodrow Wilson sviluppò i suoi “14 punti”, e che (seppur con molte contraddizioni ed eccezioni) vennero stilati i trattati di pace del 1919. Questa conclusione portò anche ad iniziative rivoluzionarie come il trattato di Locarno e il patto Kellogg-Briand, che arrivarono a “vietare la guerra” e a imporre limiti agli armamenti. Non ultimo, questa lettura della storia recente diffuse una nuova ventata di ottimismo nelle capitali europee guidata dalla convinzione che democrazia e commercio internazionale avrebbero finalmente garantito la pace.

Per capire l’emergere della scuola realista nel 1900 bisogna partire proprio da qui. Dal dibattito intellettuale che autori come Edward Hallett Carr, Hans Morghenthau, e poi ancora Nicholas Spykmann, George Kennan e Reinhold Neibuhr vollero intavolare con gli esponenti della scuola liberale come Norman Angell, lo stesso Wilson, Cordell Hull, e poi ancora con esponenti di primo piano delle amministrazioni Truman e Eisenhower. Questo è quello che viene comunemente chiamato “the First Great Debate in International Relations”, il dibattito tra liberali e realisti. Un dibattito, come vedremo, basato interamente sulla “natura umana”.

I Realisti Classici

Come per il precedente articolo sulle origini del realismo, anche questo vuole essere una sintesi limitata dei contributi più importanti all’oggetto sotto osservazione. Mi concentrerò su tre autori: Carr, Morghenthau e Kennan.

Prima di considerare ognuno di questi tre singolarmente, è opportuno spendere alcune parole sul realismo classico in generale. Il nome “realisti classici” si sviluppò solo alla fine degli anni ’70, quando Kenneth Waltz sviluppò il “neorealismo”. Di qui la necessità di distinguere tra due approcci completamente diversi. Molti degli autori che appartengono a questa scuola di pensiero sono divisi da differenze abissali: Niebuhr era un predicatore protestante; Carr era uno storico marxista; Morghenthau era un giurista e filosofo; Kennan era un diplomatico di carriera.  Eppure, esistono delle somiglianze tra di loro che rendono questo raggruppamento non solo possibile, ma anche opportuno.

Il primo fra tutti è la forte relazione con l’Europa. Con l’eccezione di Kennan, tutti i realisti classici erano europei. Niebuhr era figlio di immigrati tedeschi; Carr era uno studioso britannico; Morgenthau, di origini ebraiche, era fuggito dalla Germania nazista negli anni ’30; Spykman, professore di politica internazionale a Yale, era di origini olandesi. Kennan svolse però tutta la sua carriera diplomatica in Europa, principalmente in Germania, e poi in Russia fino alla sua espulsione dopo la pubblicazione del famoso “X article” su Foreign Affairs, il carteggio anonimo che illustrò la dottrina del “containment”. Proprio in Europa, si dedicò allo studio della storia delle relazioni internazionali trai i paesi europei.

Questa vicinanza con l’Europa non fu solamente una questione romantica.A differenza della emergente classe politica negli Stati Uniti, guidata dai principi liberali, e vissuta al riparo dei drammi della politica internazionale, questi studiosi erano stati direttamente a contatto con le tragedie della storia europea. Da questa esperienza diretta traevano la loro lezione.

Questa lezione aveva un punto di partenza molto chiaro: il forte pessimismo sulla natura umana. Questo è un punto particolarmente importante in quanto il “Primo Grande Dibattito” di cui si è parlato più sopra era proprio un dibattito sulla natura umana. Da una parte la scuola liberale, convinta che la natura umana sia perfezionabile, e che possa imparare dai suoi errori, in qunato la guerra altro non sarebbe che la volontà di despoti repressivi, oppure di incomprensioni tra nazioni che non comunicano e non commerciano tra di loro. Dall’altra, la scuola realista, guidata invece dalla convinzione che la natura umana non possa cambiare; che la politica internazionale sia guidata da dure legge ferree, e chi non vi si adegua (come la Seconda Guerra Mondiale dimostrerebbe, ai loro occhi), ne subisa le conseguenze drastiche.

I realisti, in altre parole, basano la loro analisi sulla lettura di Hobbes a cui ho fatto riferimento nel precedente articolo. Gli uomini sono egoisti, sono cattivi, e per questo bisogna essere diffidenti. Per questo motivo è necessario limitarne la libertà di azione in politica estera, così da mantenere la stabilità e impedire lo scoppio delle guerre. Al contrario, i liberali sono convinti della bontà della natura umana. Pertanto, gli uomini vanno liberati da ogni limite alla loro azione; in questo modo (tramite la promozione della democrazia e dei commerci), si può giungere alla pace e alla prosperità.

Prima di illustrare brevemente i contributi di Carr, Morgenthau e Kennan, è opportuno spendere alcune parole in loro difesa. Alcune delle loro posizioni possono ragionevolmente apparire obsolete ed essere suscettibili di facili critiche. Per apprezzare il contributo di questi studiosi, però, è necessario leggerli tenendo in mente il contesto nel quale essi scrivevano. Altrimenti, uno dovrebbe ignorare Marx per il suo neanche tanto velato anti-semitismo, oppure Schumpeter per la sua implicita misoginia. Analogamente, e questo è un problema dei realisti classici in particolare, molti dei loro scritti sono connaturati da contraddizioni logiche e filosofiche. Non si possono però valutare questi scritti usando gli standard delle scienze sociali conemporanee. Questi autori rimangono i fondatori della scienza politica moderna, e in particolare delle Relazioni Internazionali. E’ da questa prospettiva che bisogna apprezzarne il contributo.

Edward Hallett Carr

Carr era uno storico e giornalista inglese, profondamente influenzato dagli scritti Marx. Oltre al famoso What is History?, il suo contributo principale apparve nel suo The Twenty Years’ Crisis. Uscito profeticamente nel 1939, due mesi prima dell’invasione della Polonia da parte di Germania e Unione Sovietica, il libro è organizzato come una critica serrata agli “utopians” (come al tempo venivano chiamati i liberali). Per quanto si possano non condividere alcuni passaggi di questo volume, The Twenty Years’ Crisis rimane uno dei libri “must-read” in politica internazionale.

Carr parte dalle differenze tra i realisti e gli “utopians”. I primi, come aveva detto il socialista Sorel, adattano le loro politiche alla realtà, quale essa sia; i secondi, invece, immaginano la realtà, così che essa si possa adeguare alle loro politiche. I primi riconoscono dunque come la storia sia guidata da forze superiori a quelle di un singolo individuo. I secondi credono invece che cambiare il mondo sia possibile. Per questo, i primi sono impegnati nell’analisi e comprensione delle forze che regolano i rapporti umani, sociali, politici ed economici; i secondi, invece, sono impegnati nella promozione di idee volte ad influenzare e cambiare l’ordine delle cose.

In questo, Carr non fa mistero di essere stato ispirato da Machiavelli, a cui riconosce il merito di aver illustrato tre principi cardine che guidano i realisti: vi sono relazioni causali (causa ed effetto) che guidano la storia; queste relazioni vanno studiate, con la consapevolezza che la storia crea la teoria, e non viceversa (la posizione, come vedremo prossimamente, che guida il costruttivismo); l’etica è una funzione della politica (e quindi dei rapporti di forza), e non viceversa.

A ciò, Carr aggiunge una serrata critica all’ approccio naive liberale. Critica l’illusione dell’armonia degli interessi, proposta dai filosofi liberali e liberisti. In questo Carr ricorda cosa è la politica: l’area di lotta per la difesa e la promozione dei propri interessi. Ne consegue, dunque, che gli interessi siano spesso in conflitto, e che appellarsi al principio di maggioranza, ignorando che la minoranza vuole una essere ricompensata della sua perdita, significa non capire come funziona la storia.

Carr va oltre, e attacca chi ha definito la guerra “inutile”. Ricorda come molti popoli europei (gli Ungheresi, i Cecoslovacchi, gli Jugoslavi) abbiano realizzato le loro aspirazioni nazionalitiche proprio tramite la guerra. Certo, la guerra è costosa – ammette. Ma catalogarla come “inutile” significa prendere una posizione morale, che ignora i vari interessi in gioco.

Carr critica poi l’approccio legalistico dei vari trattati (Locarno, prima di tutto) che hanno contraddistinto il primo dopo guerra. Carr ricorda che la legge è per definizione la legge del più forte (rifacendosi così a Tucidide: “la giustizia può esistere solo tra attori di pari forza; altrimenti i forti faranno ciò che vogliono, e i deboli subiranno ciò che devono”). Dunque smaschera la superficialità del legalismo moralistico. Ricorda come l’Inghilterra sentì la necessità di difendere il trattato di Londra del 1832 (quello che garantiva l’indipendenza del Belgio) non perchè attaccata alle sorti del Belgio, ma perchè ad invaderlo fu la Germania, il paese con il quale l’Inghilterra era già impegnata in una crescente competizione navale, e che dunque ne minacciava la posizione internazionale.

Hans Morgenthau

Se Carr mandava alle stampe il suo volume pochi mesi prima che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ne confermasse (almeno stando ai suoi sostenitori) le conclusioni, Hans Morgenthau pubblicò i suoi lavori più importanti quando la Guerra Fredda stava prendendo forma. Per Morgenthau, era importante evitare gli errori del passato, e in particolare che questi potessero portare ad una nuova catastrofe mondiale, che Morgenthau stesso aveva vissuto in prima fila.

I suoi più importanti lavori sono Politics Among Nations, una raccolta di scritti uscita nel 1948, e Scientific Man versus Power Politics, uscito nel 1951. In Scientifi Man versus Power Politics, riprendendo in questo alcune delle argmentazioni proposte da Carr, Morgenthau criticò l’illusione “scientista” (da qui il titolo del volume), per cui i problemi di natura politica possano essere risolti come si trattasse di problemi tecnici. In questo, Morgenthau se la prende nuovamente con l’approccio liberale, e in particolare con gli economisti, che a suo modo di vedere hanno diffuso un’illusione, quella che tutti i problemi abbiano una soluzione. A suo modo di vedere, invece, la politica è qualcosa di estremamente complicato e complesso. Le crisi, specie a livello internazionale, sono di difficile soluzione.

Come approciare, dunque, la politica internazionale? Qui si trova una contraddizione delle contraddizioni di Morgenthau. Per quanto contrario all’approccio “scientista”, Morgenthau non aveva proposto altro che un approccio scientista per capire e praticare la politica internazionale. Questo era infatti il contenuto di Politics Among Nations. In esso, Morghentau aveva sostenuto che la politica internazionale è guidata da “legge ferree”, che gli interessi delle nazioni sono definiti in termini di potere; e che ciò è vero nel tempo e nello spazio; che i principi morali non possono essere applicati alle azioni degli stati, in quanto questi sono responsabili prima di tutto della sicurezza dei loro cittadini; e che la politica è una sfera autonoma e indipendente dalle altre. Dunque?

Morgenthau era convinto che solo se gli stati perseguono i loro interessi sia possibile trovare sempre un compromesso. Se invece essi sono guidati da principi e morale, la strada per le crociate, e dunque per la guerra totale è aperta. Da qui ha origine il suo impegno a modellare la politica estera americana perchè rimanga all’interno del sentiero realista.

George Kennan

Kennan è stato uno dei personaggi più importanti del XX secolo. Chi ne avesse voglia, troverà i suoi scritti – in particolare le sue autobiografie (1 e 2) e il suo American Diplomacy (una raccolta di saggi) – estremamente piacevoli e profondi. Kennan è notoriamente famoso per aver scritto “The X Article”, l’articolo apparso in forma anonima (firmato, appunto, Mr. X), nel 1947, su Foreign Affairs che illustrò la politica del “conteinment”. I concetti espressi in quell’articolo erano pervenuti al governo americano l’anno prima, nel “lungo telegramma che Kennan, diplomatico a Mosca, inviò al Dipartimento di Stato per spiegare quale fosse la minaccia sovietica, in cosa essa consistesse e quali erano le mosse da prendere come precauzione. Nel 1947 Kennan pubblicò appunto “The X Article”, il cui titolo era “The Source of Soviet Conduct. In quell’articolo Kennan spiegava che la minaccia sovietica era una minaccia politica, non militare. E, qui, dunque sulla scia di Machiavelli, Kennan invocava prudenza.

I sovietici hanno provato ad invadere la Finlandia, aveva scritto nel 1946. “They got their fingers burned”. La minaccia non era dunque quella di un’invasione militare, quanto piuttosto quella rappresentata dalla vittoria dei partiti comunisti in Europa occidentale. Per questo motivo, era necessario adoperarsi e impedire questa sciagura. Di qui il suo supporto incondizionato per il piano Marshall.

Dove si trova il realismo di Kennan? Kennan divenne un duro critico dell’amministrazione Truman, e in particolare di quella Eisenhower, in quanto – a suo modo di vedere – queste avevano travisato il suo suggermento e “militarizzato” il containment. Per quale motivo Kennan si oppose a questa svolta? Come tutti i realisti, Kennan era convinto che le azioni hanno effetti, quelle che Adam Smith aveva chiamato “conseguenze non intenzionali”. Una politica estera eccessivamente militarizzata, scriveva Kennan, si sarebbe prestata a facili misunderstandings, e per questo motivo avrebbe paradossalmente aumentato la tensione internazionale, invece di diminuirla. E’ per questo stesso motivo che, in un primo momento, Kennan si oppose alla NATO (scelta che nel tempo ha rivisto).

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