La vittoria in Libia rappresenta un nuovo modello di guerra?

di Andrea Gilli

La relativamente inaspettata caduta del regime di Gheddafi in Libia sta portando molti a vedere nella strategia militare adottata contro il rais un nuovo modello di guerra, eventualmente da adottare altrove. La questione richiede un po’ di approfondimento.

Domenica sera su twitter, molti analisti americani si interrogavano se la caduta di Gheddafi non ci obbligasse a rivalutare l’opportunità di agire contro Kim Jong-Il, Assad, Ahmadinejad, etc. La ratio era la seguente: con zero perdite, costi limitati e bombardamenti di precisione, un esercito di contadini e commercianti ha potuto sfondare la resistenza militare delle truppe di Gheddafi, portando a termine il suo quarantennale regime. Quali sono le implicazioni di queste evoluzioni sulla nostra politica di difesa?

Il dibattito ricorda molto quello scaturito dalla fase iniziale della guerra in Afghanistan. Truppe speciali USA entrarono nel Paese, presero contatto con la frangia anti-Talebana (l’Alleanza del Nord), e avanzarono insieme ad essa supportati dai missili di precisione e dall’ingelligence americana (satelliti, droni, etc.) fino a portare alla caduta del Mullah Omar e di Osama bin Laden. [1]

Il modello afghano ebbe molto risalto, proprio come oggi si sta dando molta importanza al modello “libico”. Ci sono, però, alcuni problemi nel voler esportare questo modello altrove. D’altronde è la stessa NATO ad ammettere le sue criticità.

In primo luogo, tanto in Afghanistan che in Libia, l’avanzata dei ribelli si è fermata quando questa ha affrontato la resistenza di soldati addestrati e preparati. In Afghanistan l’impasse fu risolto, con non pochi problemi, dalla superiorità tattica e tecnologica delle truppe americane. In Libia, il territorio meno ostile ha permesso una maggiore efficacia dei bombardamenti aerei che, cresciuti a dismisura, hanno alla fine aperto la strada verso Tripoli.

In secondo luogo, sia in Afghanistan che in Libia, i due regimi non potevano disporre di profonde linee di rifornimento. In altre parole, Gheddafi aveva le spalle al muro e il tempo giocava a suo sfavore. Lo stesso vale, per certi versi, relativamente ad al-Qaeda in Afghanistan. Non necessariamente questo assunto varrebbe altrove. Nel caso della Siria, per esempio, non sarebbe così, in quanto Tehran darebbe verosimilmente sostegno logistico e militare al regime.

Questo dato ha una fondamentale importanza: nel caso libico la NATO non è dovuta intervenire via terra, in parte perchè consapevole che il tempo fosse, alla fine, dalla sua parte. Il solo caso afghano dimostra che non è sempre così, quindi non si può pensare di default di poter evitare di intervenire via terra.

C’è poi la questione che tutti, al momento, sembrano ignorare: vincere la guerra non significa vincere la pace. Portare alla vittoria un esercito di contadini non significa che poi questi sappiano gestire il dopo-conflitto. I casi iracheno e afghano sono qui a dimostrare il problema.

Un ultimo dato merita attenzione. La guerra in Libia, per quanto riguarda gli Stati Uniti, ha coinvolto solamente la US Navy, che con i suoi sottomarini nucleari ha contribuito all’inziale bombardamento dei centri militari di Gheddafi, e ha poi mantenuto il blocco navale delle coste libiche, e la US Air Force, responsabile sia degli iniziali attacchi che della successiva no-fly zone. Droni e satelliti USA (in uso alle forze speciali, all’intelligence o alla stessa Air Force) hanno poi fornito intelligence utile per continuare l’offensiva. Due considerazioni seguono necessariamente.

In primo luogo, US Army e US Marine Corps non sono intervenuti. Questo dato potrebbe essere usato da chi vorrà tagli asimmetrici tra i vari servizi militari USA, per penalizzare questi due servizi contro i Air Force e Army. Oltre ad un’eventuale resistenza da parte dei due servizi militari, è facile aspettarsi anche una reazione, magari attraverso innovazioni militari – come è avvenuto in passato.

In secondo luogo, a suo modo, il caso libico sancisce un ritorno della net-centric warfare, almeno nelle sue implicazioni circa il ruolo dell’intelligence, dei sistemi di sorveglianza, identificazione di obiettivi e ricognizione. I ribelli hanno usato droni canadesi per ottenere informazioni tattiche, e ciò ha avuto un impotante impatto sui combattimenti. Dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno condiviso con le forze speciali inglesi che sul campo aiutavano i ribelli la loro intelligence satellitare o aerea (IMINT), favorendone l’azione e l’efficacia.

Se di modello libico non si può parlare, ciò che è chiaro è che il vantaggio creato dall’intelligence tramite satelliti o droni pare drammatico. In tempo di tagli alla difesa, questa è una lezione importante, non solo per gli Stati Uniti.

[1] Si vedano gli articoli di Richard B. Andres, Graig Wills e Thomas E. Griffith, “Winning with Allies: The Strategic Value of the Afghan Model,” e di Stephen D. Biddle, “Allies, Airpower, and Modern Warfare: The Afghan Model in Afghanistan and Iraq,” entrambi pubblicati su International Security, Vol. 30, No. 3 (Winter 2005/06).

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