La partecipazione italiana al programma JSF – II

di Andrea Gilli

Alcuni mesi fa avevamo avanzato i nostri dubbi sul programma JSF, a cui l’Italia ha deciso di partecipare con un contributo di circa 1,8 miliardi di dollari per la costruzione di uno stabilimento di manutenzione a Cameri a cui si somma l’acquisto di 131 veicoli. Pur non negando le enormi potenzialità del mezzo, sottolineavamo fondamentalmente come molti dei suoi vantaggi fossero più presunti che reali. Vantaggi sui quali si fondano tutte le argomentazioni di chi sostiene fortemente, invece, la nostra partecipazione al programma.

In particolare, sottolineavamo come le sue impressionanti performance metriche tecnico/tattiche fossero, in parte, ancora da testare, soprattutto in combattimento (questo video su youtube dice molto, a tal proposito). Rilevavamo, poi come i vantaggi che dovremmo ricavare in termini di ricadute tecnologiche e acquisizione di conoscenze tecnologiche siano, finora, solo sulla carta. E la rigidità con la quale gli Stati Uniti hanno sempre approcciato la questione non fa ben sperare.

Quell’articolo, come commenti sia pubblici che privati ci avevano segnalato, non era riuscito a coprire quella che, ad ora, rimane la questione più spinosa del JSF: i suoi costi operativi, di riparazione e di mantenimento. E’ quanto cerciamo di analizzare con questo nuovo articolo.

Calcoli del GAO dello scorso anno, stimavano i costi del JSF come segue:

300 miliardi di dollari per comprare 2.548 mezzi;

650 miliardi di dollari per la loro operatività, mantenimento e riparazione.

Ad occhio, ciò significa che nella sua vita (il JSF è stato pensato per operare fino al 2030), il JSF consumerà risorse pari a due volte il suo prezzo di acquisto. Ovviamente le cifre sono provisionali e vanno scontate nel tempo, dipendono poi, inoltre, dal dinamiche di mercato che non possiamo anticipare (prezzo delle materie prime, petrolio incluso, etc.), dal numero finale di veicoli che verranno comprati e, eventualmente, dal loro impiego in combattimento: ma questi dati rimangono comunque utili per dare almeno indicazioni generiche. Dato 100 il costo finale totale di ogni unità, il 33% sarà rappresentato dal suo prezzo di acquisto, il resto dai costi operativi.

Per quanto riguarda la partecipazione italiana al JSF, almeno tre osservazioni generali sembrano necessarie alla luce di questi dati.

In primo luogo, il costo per unità del JSF non è destinato a diminuire. La speranza, infatti, è che non aumenti troppo. Paradossale per un mezzo che fu sviluppato, invece, proprio per essere economico. Il tipo di procurement strategy adottata, concurrency, è infatti la meno adatta per lo sviluppo del mezzo, soprattutto alla luce della sua complessità e dell’applicazione di tecnologie non ancora mature, se non addirittura ancora non sviluppate. E ciò spiega il continuo aumento dei costi del programma. E’ quanto saggiamente documenta e paventa (facendo proiezioni verso il futuro) il GAO. E’ quanto emerge dal mastodontico studio di Michael E. Brown sullo strategic bomber program del SAC americano a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino alla fine della Guerra Fredda. A ciò va poi sommato un altro dato. Non è inverosimile che, negli anni a venire, il numero di veivoli che gli Stati Uniti decideranno di comprare sia destinato a calare. In quel caso, il costo totale del programma cadrebbe, ma aumenterebbe il costo per unità. E ciò avrebbe ricadute abbastanza dirompenti per i partner-nations, tra i quali figura l’Italia.

La strategia di procurement adottata ha poi enormi implicazioni operative, oltre che economiche, che, per l’Italia, destano non poche preoccupazioni. Senza riassumere lo studio di Brown, cerchiamo di capire in cosa consiste una concurrent procurement strategy. Secondo questa procedura, il mezzo viene reso operativo il prima possibile e con tutte le sue dotazioni installate già nelle primissime fasi di ricerca e sviluppo. In altre parole, mentre da una parte si sviluppano tecnologie essenziali per soddisfare i requirement metrics stabiliti per il mezzo in questione, dall’altra parte questo viene già reso operativo. Il problema, quando si tratta di mezzi che richiedono il ricorso e l’integrazione (systems of systems) di tecnologie non ancora pienamente sviluppate e testate, è che spesso, in un secondo momento, queste implicano sostanziali revisioni dell’intero disegno del sistema d’arma, con inevitabili conseguenze sia sulla performance del mezzo che sui suoi costi.

Facciamo un esempio: il JSF è un veivolo stealth, cioè parzialmente invisibile. Se il veivolo viene costruito e reso operativo prima che la tecnologia stealth sia completamente definita e operative, o che le sue implicazioni siano comprese nel loro insieme, può emerge che, questa, una volta applicata, richieda la revisione del disegno del motore o della frontalina centrale – in quanto la loro configurazione non renderebbe possibile l’invisibilità. Ovviamente, revisioni simili implicano revisioni nell’avionica, nei motori, nelle ali, che a loro volta poi rischiano di confliggere nuovamente con i requisiti stealth o tecnico tattici del mezzo (velocità, quota, peso, capacità di carico, etc.: l’instabilità che si vede nel video suggerito in precedenza è probabilmente frutto di questi conflitti tecnico/tecnologici).

Tutto ciò, come è evidente, non solo significa un aumento esponenziale dei costi iniziali di sviluppo e, parallelamente, una scarsa efficacia operativa del mezzo. Ma anche che i veivoli, negli anni, sono costretti ad enormi fasi di aggiornamento e riparazione, con costi ovviamente non indifferenti.

In altri termini, ciò significa che l’Italia rischia di comprare veivoli che saranno in grado di soddisfare i requisiti tecnico/tattici per i quali il JSF è tanto osannato, e per il quale siamo entrati nel programma, solo con molto ritardo e con costi impressionanti.

L’ultima nota riguarda l’impatto che il costo operativo e di mantenimento del JSF avrà sul nostro bilancio della difesa. E’ probabile che gli Stati Uniti pianifichino molte più ore di volo, di esercitazione, e computino nelle loro previsioni anche i costi derivanti da eventuali combattimenti. Ciò purtroppo non ci è possibile dirlo. Anche assumendo, in ogni caso, che i costi operativi e di mantenimento del mezzo, per l’Italia, siano nettamente inferiori a quelli che affronteranno gli Stati Uniti (ipotesi per la quale, al momento, non è possibile dare alcuna giustificazione), il problema rimane pressante. Quando scrivemmo l’altro articolo, il prezzo del JSF si aggirava sui 70 milioni di dollari. Recenti calcoli del GAO e informazioni fornite dalla Lockheed Martin suggeriscono un prezzo nettamente superiore ai 100 milioni di dollari. Ciò significa che l’Italia spenderà per l’acquisto dei suoi F-35 Lightning II tra 12 e 15 miliardi di euro (in vent’anni). L’attuale bilancio annuo della difesa è di 15. Se solo il JSF ci costerà altri 15 miliardi (la metà dei costi operativi previsti per gli USA: 131*[650 miliarti/2.458]/2), ciò significa che un solo programme ventennale ci costerà quasi come due interi bilanci della nostra difesa – mantenendo appunto l’ipotesi più favorevole al programma. Per capire quando allarmanti siano questi dati, pensiamo solo ai seguenti elementi:

– il bilancio della nostra difesa è in continuo declino da anni e con la pressione derivante dalla crisi finanziaria, dalle spese sanitarie e per pensioni, ci sono poche ragioni per sperare in un cambiamento radicale di rotta;

– il numero delle nostre operazioni militari, i cui costi operativi e di ricapitalizzazione sono sobbarcati dalla difesa, è in crescita continua. Ciò significa che, mentre le nostre Forze armate ricevono un ammontare di risorse decrescenti, con queste esse devono provvedere alla ricapitalizzazione dei loro mezzi che, impegnati all’estero, sono soggetti a tassi di usura particolarmente alti. Ricapitalizzazione, dunque, che è molto elevata.

– parallelamente al JSF, stiamo anche partecipando al programme Eurofighter. I costi non sono gli stessi, ma l’Eurofighter non è noto per essere economico: in questo caso, si parla di nuovo di un centinaio di veivoli da circa 70 milioni di euro l’uno. E ciò non include i costi operativi.

Da queste considerazioni ognuno trae le conclusioni che vuole. Certo, vedere il JSF come l’affare del secolo sembra un po’ inverosimile. Gli Stati Uniti cercano da anni di riformare il processo di acquisizione dei loro principali sistemi d’arma. Questi, infatti, sono perennemente soggetti a ritardi, aumenti inaspettati e sostaziosi dei costi, e incapacità di rispettare i requisiti tecnico/tattici per i quali erano stati progettati. Con la nostra partecipazione, l’unica cosa che ci sembra certa è l’Italia va direttamente a sussidiare l’inefficienza burocratica e legislativa di Washington e delle sue lobby.

In questo senso, l’attributo “Joint” è sicuramente adeguato.

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