Gheddafi e le pagliacciate italiane

di Andrea Gilli

Sembra di leggere sempre il solito racconto, e invece si tratta di avvenimenti diversi. Gheddafi, Berlusconi e il legame tra i due. Due mesi fa, quando il colonnello venne in visita ufficiale in Italia, si sentivano i cori contro l’appuntamento. Non si poteva stringere la mano di chi non rispettava i diritti umani o di chi, in passato, aveva finanziato il terrorismo. Adesso Berlusconi deve andare in Libia. Le considerazioni sono le stesse: l’aggravante è l’accoglienza trionfale resa al terrorista di Lockerbie appena rientrato in patria. Quindi, si grida, Berlusconi annulli la visita.

Ad ogni giro di walzer, sembra che ci sia una ragione in più per non stringere quella mano. A noi, ad ogni occasione, queste argomentazioni paiono sempre più deboli.

Vogliamo fare la voce dura con Gheddafi? Ritiriamo l’ambasciatore, chiudiamo i negoziati commerciali, abiuriamo i nostri accordi. Questi escamotage della voce grossa con gli avvenimenti piccoli fanno davvero pena.

Non hanno peso, non portano risultati, se non farci apparire per quello che siamo: un Paese di codardi, dove si fa la voce grossa, ma poi, solo in situazioni piccole piccole.

Insomma, tante parole, pochi fatti. Un po’ come il Colonnello, che oramai ci ha abituato ai suoi lunghissimi monologhi, tutti infarciti di retorica e luoghi comuni. Quello che conta, però, sono sempre stati i suoi fatti, le sue azioni: e lì, di retorica e luoghi comuni ce n’erano davvero pochi.

La Libia è essenziale nella nostra strategia di diversificazione energetica. Sacrificare la Libia significa compromettere gli interessi strategici del Paese. Chi chiede di non incontrare Gheddafi non è così ingenuo da invocare azioni simili. Vuole solo far chiasso, senza in realtà far alcunché di concreto. Spot elettorali, in altri termini.

Cerchiamo di crescere, ed essere un po’ più seri. La politica estera non può essere brandita da queste cialtronate.

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