Sull’inutilità delle organizzazioni internazionali

di Andrea Gilli

Mentre in Italia scopriamo che all’interno del sistema delle Nazioni Unite non è la meritocrazia che determina promozioni e assunzioni, è impossibile non avere crescenti dubbi sull’intero sistema delle organizzazioni internazionali, soprattutto in un momento di transizione del sistema internazionale come quello attuale: per il loro costo, per la loro efficacia, e per gli effetti perversi che queste creano a livello locale e internazionale.

Questi dubbi sono riemersi drammaticamente in chi scrive leggendo una semplice notizia. L’Istituto di Geofisica americano ha avvertito il Giappone del rischio di un nuovo tsunami, per via di un terremoto verificatosi nelle acque di Taiwan. Quale sarebbe il problema, si chiederanno molti?

Il problema è che l’Istituto in questione è un ente nazionale. Negli ultimi anni, però, e in particolare a partire dai tragici eventi dello tsunami del 2004, il numero di organizzazioni internazionali che hanno messo, tra i loro compiti, la previsione, il monitoraggio e l’early-warning, per fenomeni analoghi è cresciuto in maniera quasi imbarazzante. Il CTBTO, l’ente preposto al controllo del rispetto del trattato che mette al bando i test atomici, per svolgere la sua funzione, ha installato un complicato sistema di monitoraggio basato su quattro livelli: sismico, di infrasuoni, sui radionuclidi, e idroacustico. Poiché i test nucleari sono un fenomeno abbastanza limitato (e quando avvengono, come nel caso della Corea del Nord, sono talmente pubblicizzati che non è necessario alcun sistema di monitoraggio), c’è il rischio di una certa assenza di lavoro. Dunque, per meglio giustificare la propria esistenza, l’organizzazione in questione ha sottolineato come la struttura idroacustica del suo sistema di monitoraggio sia eccezionalmente utile per monitorare e prevenire tsunami e terremoti sottomarini. Un po’ come uno che, dopo essersi comprato una parabola da 200.000 euro per captare i segnali elettromagnetici provenienti dallo spazio, dicesse che la parabola è comunque utile perché fa ombra alla pianta di rosmarino piantata nel suo giardino.

Mossa simile è stata compiuta dall’UNOOSA, l’agenzia per gli affari spaziali dell’ONU. Anche in questo caso, per giustificare la sua esistenza, i suoi (lautamente pagati) dipendenti hanno sottolineato quanto utile possa essere il suo sistemi di satelliti per monitorare e prevenire eventuali tsunami.

Il tutto, ovviamente, mentre tutti i Paesi del mondo sono dotati di propri istituti di geofisica. Il dato rilevante, a questo proposito, è infatti che lo tsunami del 2004 provocò quella catastrofe per l’assenza di cooperazione tra questi istituti. Cooperazione che può essere letta come assenza di connessioni dirette tra di essi. Non certo perché mancavano le strutture di monitoraggio necessarie per dare un avvertimento tempistico.

Nelle organizzazioni internazionali, però, a quanto pare, si crede che per ogni problema ci voglia una differente organizzazione. Ognuna, ovviamente, con i suoi capi, le sue segretarie, e i suoi uffici. E con bilanci di milioni di euro ogni anno. Il fatto, per esempio, che il sistema di monitoraggio del CTBTO svolga funzioni tremendamente analoghe, se non sovrapposte, a quello dell’IAEA e dell’OPWC sembra, a questo punto, solo un piccolo dettaglio. Dettaglio da milioni di euro, si intende.

Il mondo sta cambiando, forse è il caso di cambiare (leggi: ridurre drasticamente) tutte queste pletoriche strutture. Nate per dare laute ricompense a parenti, amici o politici trombati a livello nazionale, queste istituzioni cercano di darsi vita propria aumentando a dismisura i loro costi operativi, i loro compiti e le loro dimensioni. Nell’attuale sistema internazionale, non possiamo permetterci più questi lussi.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, ricordiamo che ovviamente né dall’UNOOSA né dal CTBTO, infatti, è arrivato alcun avvertimento al Giappone.

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