Tutti i problemi dei Tremonti Bond

di Mario Seminerio

Il 20 febbraio l’Unione Europea ha ufficialmente approvato la proposta italiana di schema di emissione di strumenti ibridi da parte delle banche, destinati a rafforzarne il Core Tier 1 e sottoscrivibili dal Tesoro. Ad oggi, e malgrado alcune false partenze di una stampa più o meno “informata sui fatti”, nessuna banca italiana ha formalmente avviato la procedura per emettere i cosiddetti Tremonti Bond (ma troviamo loro un altro nome, per favore). Anche considerando i tempi tecnici necessari ad una valutazione compiuta dello strumento da parte degli istituti di credito, non si deve dimenticare che la bozza di regolamento di emissione è in circolazione da molte settimane, e su di essa si è più volte espressa l’Associazione Bancaria Italiana. La nostra impressione è che le banche non siano propriamente smaniose di emettere questi titoli ibridi. I motivi potrebbero essere molteplici.

In primo luogo, esiste un problema di stigma: se una banca ha bisogno di rafforzare il proprio Core Tier 1, e non riesce a farlo né attraverso la redditività operativa né ricorrendo al mercato – ed è quindi costretta a bussare a via XX Settembre – qualcuno potrebbe inferire (non del tutto a torto) la presenza di problemi di solidità patrimoniale. Per ovviare al problema dello stigma le banche potrebbero organizzarsi per accedere contemporaneamente allo strumento, ma mettere d’accordo una decina di grandi istituzioni (ognuna con proprie funzioni-obiettivo), richiede tempo, nella migliore delle ipotesi. Poi, i Tremonti Bond sono emessi dietro condizionalità piuttosto robuste, come le agevolazioni a favore dei mutuatari che hanno perso il lavoro, con sospensione per 12 mesi della rata dei mutui. Su questo punto, abbiamo già scritto: inutile coinvolgere le banche, che sono imprese private, in attività che rientrano nella sfera del welfare. Meglio che sia lo stato a sostenere i mutuatari in difficoltà, come ad esempio previsto nella Finanziaria 2008, approvata dal precedente esecutivo, con l’abituale norma monca perché priva di regolamento attuativo, lo sport preferito dal legislatore italiano quando vuol fare della demagogia a buon mercato.

Le agevolazioni previste dai Tremonti Bond non hanno, invece, carattere erga omnes. Se avete perso il lavoro, e vi capita pure di essere mutuatari di una banca che ha emesso questi titoli ibridi, potete tentare di accedere all’agevolazione. Sennò, problema vostro. A meno che non pensiate di trasferire il vostro mutuo presso tale banca. In quel caso si avrebbe contemporaneamente qualcosa che assomiglia ad una distorsione della concorrenza ma anche ad un caso di selezione avversa. Qualcosa di cui potremmo leggere sui testi di economia in un futuro neppure troppo lontano. Più in generale, le banche potrebbero essere riluttanti ad emettere uno strumento che lega loro le mani, a causa dei vincoli alle politiche di credito previsti. Anche questo deve essere considerato un disincentivo alla emissione di questi strumenti.

E ancora: il ministro del Tesoro contesta che i Tremonti Bond siano troppo costosi, e utilizza il concetto di moltiplicatore di depositi e credito per ricavare (sbagliando) l’effettiva onerosità dello strumento:

“Non stiamo parlando di debito ma di strumenti di patrimonializzazione delle imprese. E’ come se fosse un aumento di capitale perché allarga la base di capitale delle banche”, ha spiegato Tremonti sottolineando che la ”leva finanziaria” di questi strumenti è ”molto alta, nell’ordine di 1 a 15”. Per questo motivo, ha aggiunto, ”se il tasso di rendimento è l’8,5% e la leva è 1 a 15, ragionando in termini di costo, dovreste prendere l’8,5% e dividerlo per 15”. Ribadendo quindi che questo strumento non è eccessivamente costoso per le banche, Tremonti ha sottolineato che se il costo di questi strumenti venisse ”traslato dalle imprese alle banche, sarebbe pari a 8,5% diviso 15 e quindi uno zero virgola…” (Ansa, 5 marzo 2008)

Qui il ministro ha in parte ragione ed in parte torto. Ha certamente ragione sul concetto di moltiplicatore di depositi e impieghi, anche se il valore di 15 sospettiamo sia troppo ottimistico, data la congiuntura corrente. Ha torto quando implicitamente assume che il capitale raccolto con l’emissione dei titoli ibridi si trasformi in credito, e che il costo del credito debba essere prezzato dalla banca solo su questa tipologia di fondi. In realtà, la banca misura il costo dei propri fondi in base al costo medio ponderato della provvista, cioè delle fonti di raccolta. Mettiamoci pure gli ibridi, ma non calcoliamo dividendo per 15 il tasso dell’8,5 per cento, sarebbe un assoluto non senso.

Occorre poi considerare che i Tremonti Bond vanno a rafforzare il Core Tier 1, ma il quoziente critico che misura la solvibilità delle banche è quello del Tangible Common Equity, e lì le banche italiane hanno qualche problema in più, dato dagli avviamenti (su acquisizioni pagate assai care), che rappresentano circa la metà del patrimonio netto, e che presto o tardi (per il mercato, accade ora) dovranno essere svalutati per rifletterne la permanente riduzione di valore. Per questa fondamentale problematica i Tremonti Bond non servono, a meno di ipotizzare che le banche vogliano procedere a convertirli in azioni ordinarie, facendo entrare il Tesoro nei loro consigli di amministrazione e diluendo gli azionisti preesistenti, che spesso sono Fondazioni. Ma questa è fantafinanza e fantapolitica, almeno pensiamo.

In sintesi, questi strumenti appaiono caratterizzati da troppe rigidità e disincentivi, oltre a non essere pienamente centrati sul problema (il mantenimento ed il rafforzamento della solvibilità delle banche). Per questi motivi tali titoli potrebbero avere utilizzo nullo o assai limitato rispetto alle previsioni.

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