Crisi cinese, la virata che sa di antico: aziende statali come volano industriale

Il rallentamento dell’economia non dipende solo dai dazi Usa: le banche danno più prestiti alle aziende pubbliche

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre il mondo si interroga ansiosamente sull’esito del braccio di ferro tra Donald Trump e la Cina, con la scadenza di marzo che potrebbe scatenare una nuova ondata di misure protezionistiche statunitensi, cresce il numero di osservatori che ritengono che il contrasto con Washington non sia la causa unica né determinante del rallentamento cinese.

Un’economia, quella di Pechino, in cui si sta verificando una progressiva compressione del ruolo delle imprese private come motori della crescita, a tutto vantaggio delle imprese statali, per scelta della leadership di Xi Jinping, che in questi anni ha enfatizzato il ruolo della politica industriale da attuare mediante le aziende pubbliche, di cui è stata incentivata la crescita dimensionale mediante fusioni.

Sembrano lontani i tempi (era il 2013), in cui il partito comunista guardava al mercato come “meccanismo decisivo di allocazione delle risorse”. Nel frattempo, il paese ha proseguito ad indebitarsi, mentre l’impatto espansivo del nuovo debito si affievoliva. C’è stato un ulteriore giro di vite alla vigilanza bancaria per contrastare fenomeni come lo shadow banking, che aggira i limiti qualitativi e quantitativi al credito.

Questo razionamento del credito concorre al rallentamento dell’economia cinese ma sta colpendo soprattutto le imprese private, visto che le banche, obbedendo ad ordini superiori, hanno aumentato i prestiti alle aziende pubbliche, pesantemente foraggiate anche da sussidi statali.

Il consolidamento delle imprese pubbliche crea mastodonti inefficienti, che soffocano competizione ed innovazione e che continuano a sanguinare copiose perdite: il ministero delle Finanze cinese ha ammesso recentemente che oltre il 40% delle imprese pubbliche opera in persistente perdita.

Ma il gigantismo delle conglomerate pubbliche si è tradotto anche nel crollo della redditività del capitale investito ed in una crescente divaricazione negli indici di produttività rispetto al settore privato, che pure sta entrando in sofferenza a causa di questi incentivi distorti, con investimenti in progressiva frenata. Il sistema delle imprese pubbliche, che controlla attivi pari a oltre due volte il Pil cinese, rischia quindi di essere la vera determinante della frenata del paese, oltre che un ostacolo allo sviluppo della produttività.

Dopo aver creato enormi eccessi di capacità produttiva nell’industria pesante e nelle costruzioni, legati al decollo industriale del paese, la Cina pareva decisa a pilotare lo sviluppo privato come correttivo “di mercato” agli eccessi ed alle inefficienze della pianificazione, sia pur mantenendo una occhiuta supervisione ideologica, con la presenza di cellule di partito nelle imprese.

Questa nuova virata che sa di antico, verso giganti pubblici come cinghia di trasmissione della politica industriale, rischia di riportare il paese indietro nel tempo, proprio mentre il mondo occidentale pare aver deciso di non essere più terreno di silenziosa conquista economica da parte di Pechino.

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