La lisergica banca (d’investimenti) dello Stato di Bengodi: il caso Carige

La surreale idea di nazionalizzare l’istituto genovese e fonderlo con MPS dovrebbe servire a sconfiggere il rischio di credito

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dalla grandinata di bellicose dichiarazioni politiche sulla vicenda del salvataggio di Carige, spicca la persistente suggestione a creare una “banca d’investimento dello stato”, in grado di “prestare ad imprese e cittadini”. Magari attraverso la fusione con MPS.

A parte gli ovvi vincoli di realtà, prima che imposti dalla Commissione Ue, come il fatto che l’aggregazione tra due entità comunque fragili non produce una banca forte, colpisce l’approccio alla creazione di questo Bengodi di Stato.

Del surreale progetto si era già avuta eco in occasione della presentazione del nuovo piano industriale triennale di Cassa Depositi e Prestiti, il mese scorso. In quella circostanza il vicepremier Luigi Di Maio aveva dichiarato che ruolo della CDP sarebbe divenuto quello di assistere le imprese ed aiutare i piccoli risparmiatori “quando le banche private non saranno disponibili a erogare crediti e strumenti di aiuto e agevolazione”.

Premesso che nessuna banca di promozione e sviluppo nazionale in Europa “aiuta i piccoli risparmiatori” (qualunque cosa ciò significhi), messa in questi termini pare che l’ipotetica banca pubblica che subentrasse o affiancasse CDP in questo ruolo presterebbe soldi anche a chi ha scarse probabilità di restituirli.

In pratica, dopo la povertà verrebbe sconfitto anche il rischio di credito. Le cose stanno in termini assai meno esaltanti, invece: MPS deve essere restituita al mercato entro il 2021, operazione che ad oggi appare peraltro molto problematica, mentre Carige inizia solo ora la via crucis che potrebbe portare alla sua nazionalizzazione temporanea secondo gli stessi criteri seguiti per l’istituto senese, ammesso che la Commissione Ue consideri sistemica la banca genovese.

Anche l’altro “vasto programma” dei pentastellati, quello che vorrebbe la separazione tra banche commerciali e quelle d’investimento è un assoluto non sequitur. In Italia nessuna banca è finita in dissesto per impropria commistione tra le operazioni finanziarie in conto proprio e quelle in conto terzi. Non solo, ma non ha alcun senso reiterare che “ci si batterà in Europa” per far passare questa separazione, che è invece di stretta pertinenza delle norme nazionali, e potrebbe essere realizzata in tempi molto brevi, se solo vi fosse volontà politica.

Ma soprattutto, se si sostituissero gli slogan pop con analisi della realtà. A proposito di quest’ultima, mentre Carige potrà godere della garanzia pubblica per un importo massimo di tre miliardi, che “casualmente” sono quelli dei finanziamenti della Bce a tasso stracciato (che scadranno il prossimo anno ma faranno sentire gli effetti della scadenza già nel 2019), la domanda s’impone, lievemente angosciante: che faranno tutte le altre banche italiane, alle prese con la stessa scadenza di decine di miliardi di prestiti Bce, visto che ricorrere ai mercati è diventato proibitivamente costoso a causa dello spread sovrano italiano?

Ebbene no: il rischio di credito è tutt’altro che morto. Soprattutto in Italia.

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