La realtà smentirà l’arroganza della propaganda a colpi di statistiche

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi l’Istat è stato al centro di una polemica sgradevole e pericolosa, per quanti hanno a cuore il rigore metodologico delle rilevazioni che aiutano a tenere il polso dell’economia del paese. L’istituto di statistica è stato vittima di quello che potremmo definire “fraintendimento” tra dati di variazione annua del Pil non corretti per i giorni lavorati e quelli rettificati per i medesimi. Per gioco di arrotondamenti, la discrepanza tra le due grandezze è risultata dello 0,2% (0,8% e 0,6%).

Il fraintendimento è stato alimentato anche da una non corretta lettura, da parte di alcuni commentatori, della revisione al ribasso del dato di Pil del 2014, che non implicava un corrispondente recupero a valere sui dati del 2015, se non in misura infinitesimale. Istat non ha colpe ma è la prima vittima del clima alimentato dal governo e dal premier, che fa della lettura strumentale e spesso metodologicamente assurda delle statistiche economiche uno stile di comunicazione vieppiù aggressivo e sfacciato.

Gli esempi sono così numerosi che è ormai difficile tenerne il conto. Oltre all’utilizzo dei dati grezzi in luogo di quelli corretti per stagionalità e giorni lavorati aggiungiamo quello dei dati lordi in luogo dei netti, come accaduto per le nuove erogazioni di mutui, senza specificare come fosse variato nel tempo lo stock complessivo di mutui in essere; o ancora, il boom del gettito fiscale “che cresce ben oltre il Pil”, per usare lo slogan di ordinanza, ma che è frutto di giochi di sfasature temporali nelle contabilizzazioni, oltre che del meccanismo dello split payment sull’Iva, che ha anticipato l’incasso per lo stato, creando tensioni di liquidità alle imprese coinvolte.

Nei giorni scorsi, al primo anniversario del Jobs Act, è poi circolato uno studio della Fondazione dei consulenti del lavoro che presentava il calo di licenziamenti verificatosi nel 2015 in conseguenza della lieve ripresa economica come qualcosa da porre invece in relazione al Jobs Act, che in realtà incide ancora per una frazione risibile sul totale della popolazione dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Suggerimento malizioso che ha trovato la pronta reazione dei media, con titoli surreali del tipo “Nell’anno del Jobs Act meno licenziamenti”. Suggestione non meno maliziosamente reiterata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio (ed economista) Tommaso Nannicini, con un tweet: “Un anno di #jobsact: le imprese preferiscono assumere che licenziare” e la chiusa con hashtag molto renzista #nonsempreigufivolano.

Nel paese che fa dell’analfabetismo numerico uno dei propri tratti culturali dominanti (a volte pure orgogliosamente rivendicato) e che ha ucciso in culla ogni tentativo di fact checking, è in atto una pericolosa intossicazione statistica collettiva. Una forma perniciosa di propaganda ma che la realtà si incaricherà puntualmente di demolire, come ogni altra scorciatoia battuta in questi dissestati anni da una politica in bancarotta intellettuale.

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