Banche, una dura traversata nel deserto

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi Tidjane Thiam, chief executive di Credit Suisse, è stato costretto a una imbarazzata e imbarazzante ammissione: quando, alla fine dello scorso ottobre, ha presentato il nuovo piano d’impresa della banca svizzera, non era a conoscenza dell’effettiva consistenza della posizione in titoli illiquidi presenti sui libri contabili, rivelatasi in seguito ampiamente superiore a quanto inizialmente stimato, e che ha costretto a nuove pesanti svalutazioni, oltre che ad avvicendamenti nell’ambito del dipartimento gestione del rischio della banca.

Credit Suisse è in ottima compagnia, in questa situazione: l’esempio più eclatante è da sempre quello di Deutsche Bank, che ha un imponente portafoglio di titoli strutturati valorizzati secondo modelli teorici elaborati dalla banca stessa, il cosiddetto Level 3, essendo privi di prezzi di mercato. Quello dei titoli strutturati illiquidi è problema soprattutto delle grandi banche globali, e sta venendo faticosamente risolto spesando a bilancio forti svalutazioni. Le grandi banche sistemicamente importanti, quelle cioè il cui dissesto avrebbe ricadute destabilizzanti globali, affrontano poi da alcuni anni forti oneri legali da contenzioso con i governi, per manipolazione dei mercati.

Negli Usa, l’Amministrazione Obama ha fatto di questa prassi una sorta di patrimoniale straordinaria, mietendo molti miliardi di dollari per le casse pubbliche e usando le sanzioni anche come “lenitivo”per cittadini esasperati dall’aura di impunità che circonda i banchieri. Ma è il ruolo delle banche che sta mutando profondamente, in ogni contesto, geografico e dimensionale. I regolatori globali insistono sul rafforzamento di capitale come cuscinetto per evitare problemi, oltre che sulla progressiva messa fuorilegge dei modelli interni per prezzare titoli illiquidi, che spesso ha consentito di aggirare il vincolo dei requisiti di capitale.

Venuto meno (per ora) il modello della banca globale mista che fa uso esasperato del trading proprietario che ne ha spinto redditività e rischiosità, è l’intero ecosistema bancario mondiale a doversi reinventare, in tutte le sue articolazioni. Nelle regioni ove vi sono tassi d’interesse negativi le banche soffrono la forte compressione del margine di interesse e son costrette a trovare nuove fonti di redditività, che tuttavia faticano a compensare l’erosione complessiva dei ricavi.

In Italia, il sistema appare ancora in media parzialmente sottocapitalizzato, a causa soprattutto della mole di sofferenze, frutto della crisi e spesso di politiche di credito non particolarmente rigorose, per usare un eufemismo. Su tutto, una crescita asfittica che tiene bassa la domanda di credito e ne innalza la rischiosità potenziale. Il ritorno sul capitale proprio, pur in lieve ripresa, resta ampiamente inferiore al costo del medesimo, per la frustrazione degli investitori. Il mondo è cambiato, e il settore bancario sta compiendo una durissima traversata nel deserto.

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