Gli attacchi di Parigi e le risposte

di Andrea Gilli

I terrificanti attacchi di venerdì sera a Parigi pongono degli interrogativi sul tipo di risposta da adottare. Il Presidente francese, François Hollande, ha parlato esplicitamente di un atto di guerra, e se dunque questo è l’11 settembre francese, gli indizi portano ad un maggiore coinvolgimento francese (e NATO) in Siria, Libia e Iraq contro ISIS.

Come già detto a gennaio in seguito all’attacco contro Charlie Hebdo, la minaccia di questo terrorismo non si risolve con una sola strategia ma, piuttosto, su più livelli. A mio modo di vedere, i problemi sono almeno tre:

  • ISIS in Medio Oriente;
  • le cellule ISIS in Europa;
  • le potenziali cellule ISIS in Europa.

Credere che ci sia una sola semplice soluzione è illusorio, data la complessità del fenomeno terroristico, dei diversi livelli sui quali esso opera, e della mobilità geografica di cui godono le sue cellule.

ISIS in Medio Oriente. Per quanto riguarda il primo fronte, la questione è abbastanza diretta. Se si ritiene che l’avanzata dello Stato islamico debba essere fermata, e così impedire che a sua ascesa possa continuare a minacciare ulteriormente la stabilità regionale e produrre profughi verso l’Europa, un intervento militare è indispensabile.

Come farlo? In primo luogo, come in Afghanistan contro al-Qaeda, è necessario azzerare i suoi vertici. Potere aereo e forze di terra sono la strategia più efficace per raggiungere questo obiettivo. Molti, tra i tanti Eugenio Scalfari, chiedono una grande coalizione internazionale che vada dalla NATO alla Russia, fino all’Iran e ai Paesi del Golfo. Si tratta chiaramente di un’idea priva di alcuna logica. Qualsiasi operazione militare ha bisogno di chiarezza nella catena di comando. Più si allarga la coalizione, più questa chiarezza viene meno. Ciò non significa che non vada cercato il più largo consenso diplomatico sull’intervento. Ma il consenso diplomatico non può essere tradotto a livello militare. Le soluzioni mi paiono dunque essere due. O si lascia che Russia e Iran combattano ISIS, o la Francia e gli Stati Uniti prendono l’iniziativa. Lasciare la questione a Russia e Iran presenta due problemi. In primo luogo, non sembra che questi abbiano mezzi e capacità per sconfiggere ISIS nel breve termine. In secondo luogo, nel caso di vittoria, questi ovviamente determineranno le condizioni della pace che ne emergerà. Assad rimarrebbe al potere e Hezbollah continuerebbe a bersagliare Israele. Se Francia e Stati Uniti decidono di entrare con forza nel conflitto, ovviamente sarà necessario, fin dall’inizio, un’enorme chiarezza sugli obiettivi politico-militari della campagna (il futuro della Siria, del Libano, etc.). Le loro attuali leadership politiche non sembrano però avere questa chiarezza né sembrano interessati a cercarla. Se qualcuno si interroga come mai non siamo intervenuti contro ISIS finora, la risposta è tutta qui: gestire l’insieme di interessi geopolitici contrapposti non è facile e va infatti ricordato che tutte le questioni sono interconnesse: da nucleare iraniano al prezzo degli idrocarburi (sauditi), dall’Ucraina alla sicurezza di Israele.

Le cellule ISIS in Europa. Il secondo fronte è quello delle cellule ISIS in Europa, si tratta di individui che hanno combattuto in Siria o che, comunque, sono intenzionati a condurre attentati in Europa. La minaccia è subdola. Il bacino può contare centinaia di migliaia di persone che, specie se in possesso di un passaporto europeo, possono liberamente muoversi attraverso l’Unione Europea. In questo caso servono risorse e capacità di intelligence. Molti, come Enrico Letta di recente, chiedono un servizio di intelligence europeo. La logica sarebbe che se i terroristi possono muoversi liberamente all’interno dell’UE, la risposta debba avere una dimensione europea. Anche in questo caso, l’idea è discutibile. La ragione, molto semplicemente, è che tutte le organizzazioni sono soggette a dinamiche interne che ne limitano l’azione e più grande è l’organizzazione, più intense sono queste dinamiche. In altri termini, ammesso e non concesso che oggi l’Europa sia vulnerabile per via della libertà con cui i terroristi si possono muovere al suo interno, un servizio di intelligence europeo sarebbe bloccato al suo interno da debolezze strutturali quali l’incapacità di gestire l’enorme mole di informazioni, le differenze culturali e linguistiche tra i suoi componenti, la debolezza della sua leadership (che verosimilmente verrebbe selezionata sulla base di coalizioni politiche tra i Paesi dell’UE) – solo per citarne alcuni. Quindi? Quindi anziché sognare in grande, conviene per il momento il pragmatismo. Bastano azioni concrete, quali la creazione o il rafforzamento di canali per la raccolta e la circolazione delle informazioni, magari coadiuvate da forum congiunti per esempio contro ISIS. Quando i Paesi europei non erano più in grado di prodursi autonomamente i loro caccia bombardieri, non hanno fuso le loro Aeronautiche Militari, hanno lanciato programmi congiunti come il Tornado o l’Eurofighter. Lo stesso varrebbe nel caso dell’intelligence.

Le potenziali cellule ISIS in Europa. L’ultima sfida riguarda le potenziali cellule ISIS in Europa, ovvero tutti quegli individui che potrebbero diventare terroristi. Qui, a mio modo di vedere, l’Europa dovrebbe smettere di crogiolarsi nei suoi sogni e affrontare più seriamente la realtà. Il modello europeo può avere molti benefici, ma gli immigrati – o almeno molti di essi – non riescono ad integrarsi. Le ragioni possono anche essere linguistiche e culturali, ma il dato rimane. In buona parte dei Paesi europei, gli immigrati provenienti dal Nord Africa, dal Medio Oriente o dall’Asia Centrale e soprattutto i loro figli fanno fatica ad integrarsi. Questa alienazione sociale – il sentirsi esterni alla società in cui si vive – e non la povertà favorisce la radicalizzazione e il terrorismo. Prima o poi, in Europa bisognerà fare i conti con questa realtà e atteggiarsi di conseguenza.

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