La mina che rischia di far esplodere i conti di Renzi

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La presentazione della Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza ha certificato quello che il premier Matteo Renzi andava dicendo da qualche settimana: abbiamo un margine della mitologica “flessibilità” sui conti pubblici dell’1% di Pil, cioè di circa 17 miliardi di euro. Sinora si è ipotizzato che la Commissione Ue fosse preventivamente informata dell’entità dello sconto ma, visto il modo in cui è aggiornato il DEF, è lecito nutrire qualche dubbio ed altrettanti timori circa l’accoglimento delle nostre richieste.

Intanto, il nostro governo richiede una posizione fiscale esplicitamente espansiva, con deficit strutturale, cioè corretto per il ciclo economico, che nel 2016 si allarga allo 0,7% di Pil, e l’avanzo primario viene corrispondentemente eroso. L’esecutivo inoltre scommette sulla reflazione, visto che prevede per il prossimo anno un’inflazione all’1% che, pur non elevata in senso assoluto, si confronta con forti pressioni disinflazionistiche globali, che rendono la strada in salita. Curioso e non particolarmente coerente il fatto che il governo giustifichi il deficit aggiuntivo con l’esigenza di contrastare l’accresciuta incertezza economica globale, proprio nel momento in cui rivede trionfalmente al rialzo le stime di crescita per il prossimo anno.

Ancora più singolare, a giustificazione “teorica” del ridimensionamento dei tagli di spesa pubblica, che il nostro esecutivo invochi l’impatto fortemente negativo dei medesimi sulla domanda aggregata, cioè teorizzi un moltiplicatore molto elevato. C’è motivo di ritenere che ciò sia vero ma non si capisce perché scoprirlo a settembre, dopo che da aprile siamo stati martellati di propaganda sulla “spending review da dieci miliardi”, per “efficientare la spesa pubblica”. La coerenza non appare la maggior cifra stilistica di questo esecutivo. La realtà è che il governo ha ottenuto lo scorso anno un confortevole deficit aggiuntivo di 11 miliardi di euro, col quale concorrere a finanziare il bonus 80 euro, la decontribuzione sui nuovi assunti e gli sgravi Irap, ed ha messo una mina sotto i conti pubblici italiani con nuove clausole di salvaguardia, che oggi Renzi finge di non riconoscere come sue per tre quarti dell’importo da disinnescare nel 2016.

Nel frattempo, si è appuntato al petto il QE di Mario Draghi ed il crollo del prezzo del greggio e non perde occasione per accusare di disfattismo quanti gli fanno notare che di “strutturale”, nella cosiddetta ripresa italiana, c’è assai poco, forse perché c’è assai poco di riforme degne di questa qualifica, nella produzione governativa dell’ultimo anno. Ma questo non si può dire, visto il clima mediatico prevalente in questo paese. La verità è che Renzi sta giocando pericolosamente d’azzardo, ed è ormai evidente che tenta di coprire deficit con altro deficit, da un anno all’altro. Basterà un nulla, nella congiuntura economica o nell’atteggiamento della Commissione Ue, per metterci in guai molto seri.

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