La domanda che angoscia il mondo

È ora che la Federal Reserve alzi i tassi?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Giovedì 17 settembre la Federal Reserve deciderà se iniziare ad alzare i tassi ufficiali d’interesse, ponendo fine ad oltre un lustro di politiche monetarie non convenzionali senza precedenti, in risposta alle crisi di Lehman e dell’Eurozona. L’evento, a due anni di distanza dall’annuncio della progressiva rimozione degli acquisti di titoli obbligazionari, il cosiddetto quantitative easing, ha trasmesso scosse sismiche ai mercati globali, soprattutto quelli emergenti, che tendono a pagare molto caro l’apprezzamento del dollaro ed il rialzo dei tassi statunitensi, con deflussi di capitali che spesso sono disordinati e massivi, destabilizzandone le economie.

Ormai da un anno sui mercati non si parla d’altro che del fatidico primo rialzo dei tassi americani, a quanto ammonterà la stretta complessiva e quanto sarà concentrata nel tempo. Ma questa volta è davvero differente: la fase rialzista sui tassi d’interesse di solito coincide con una ripresa economica che rischia di surriscaldarsi, e produrre inflazione. Oggi l’inflazione latita, per usare un eufemismo, e l’espansione statunitense data dal secondo semestre 2009, cioè è già piuttosto “anziana”. Sono anomalie assolute rispetto alla normale storica: il rischio di avviare una fase di rialzo dei tassi quando si è già prossimi ad una fine ciclo, cioè ad una recessione, non è mai stato così elevato. La Fed ha un doppio mandato istituzionale: la stabilità dei prezzi compatibile con la massima occupazione possibile, dato il contesto istituzionale e normativo di funzionamento del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione statunitense è sceso considerevolmente (siamo al 5,1%), ma ancora non si individuano tracce di inflazione salariale.

I sostenitori della normalizzazione dei tassi affermano che tali pressioni si accumulano silenti e, quando esplodono, costringono la banca centrale a stringere il credito in modo violento e concentrato nel tempo, inducendo recessioni. Meglio quindi sarebbe agire subito e preventivamente. Nello schieramento opposto militano quanti, come l’ex rettore di Harvard e Segretario al Tesoro di Clinton, Larry Summers, ritengono che le turbolenze sui mercati emergenti e i crescenti tremori che giungono dalla Cina, oltre al deterioramento dei mercati finanziari globali, impongano cautela e starebbero già esercitando un effetto restrittivo sull’economia statunitense. Timori condivisi dalle maggiori istituzioni internazionali, come FMI e Banca Mondiale, che invitano la Fed alla cautela.

Esiste quindi la possibilità che il rialzo iniziale resti un evento isolato, vista la forte incertezza che assedia l’economia mondiale, oltre all’ormai palese rallentamento della manifattura globale ed alla crisi sempre più profonda dei mercati emergenti, in pieno shock delle ragioni di scambio, dato il crollo delle materie prime, e con elevato stock di debito privato denominato in dollari. Ennesima conferma che l’economia mondiale percorre un sentiero sempre più stretto.

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