Non ci resterà che la patrimoniale

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Le recenti affermazioni dell’ex ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, secondo cui la crescita del Pil per il nostro paese contenuta nell’ultimo aggiornamento Def non si dovrebbe assumere come previsione ma come obiettivo non hanno avuto l’eco mediatica e politica che avrebbero meritato. Quei numeri, con crescita di Pil reale dell’1% e nominale del 2,9%, sono apparsi infatti da subito devianti rispetto alle previsioni dei maggiori organismi internazionali. L’avvertimento Ue che l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona a trovarsi in condizioni di “squilibrio macroeconomico eccessivo” ha suscitato da noi le abituali reazioni di stupore, indignazione ma anche la singolare risposta di Saccomanni. Ciò pare suggerire che da noi si viva immersi in un sortilegio permanente, che impedisce di cogliere la realtà.

Come indicato nello stesso documento Ue, l’Italia resta ancora molto indietro sul piano del recupero di competitività ed anche su altri aspetti più generali del sistema-paese, come la tutela dei diritti di proprietà offerta dal sistema giudiziario. Ma le stime Ue, contenute nella recente “Previsione d’Inverno”, vedono anche un aumento nel 2015 del nostro deficit di bilancio strutturale, cioè corretto per la fase del ciclo economico, da 0,6 a 0,9%. Questo è il vero campanello d’allarme per un paese in cui politici e stampa ancora fantasticano di tesoretti liberamente spendibili generati dalla riduzione sotto il 3% del rapporto debito-Pil “tradizionale”.

L’Italia è anche esposta al grave rischio di una disinflazione che potrebbe volgersi in deflazione nell’ipotesi che un nuovo shock colpisca l’economia globale. Con un rapporto debito-Pil che di fatto si autoalimenta a causa dell’assenza di crescita, costringendoci ad avanzi primari debilitanti e proibitivi, il nostro paese rappresenta una bomba innescata nel cuore dell’Eurozona, e questo è da tempo chiaro alla Commissione Ue ed ai nostri partner europei. I lettori potrebbero chiedersi per quale motivo, se esiste un rischio così elevato, i mercati stiano significativamente premiando i nostri titoli di stato, i cui rendimenti assoluti sono ai minimi degli ultimi otto anni.

La risposta è piuttosto semplice: i mercati si muovono in un’ottica opportunistica di breve periodo, in quello che gli operatori chiamano momentum, e che è una sorta di effetto-gregge. L’inflazione in Eurozona resta molto bassa, con un differenziale in allargamento rispetto alle altre maggiori aree del pianeta. E’ ormai chiaro che la Bce non ritiene di dover fare nulla per contrastare questa tendenza, come dimostrato dalle ultime previsioni, presentate la settimana scorsa, che vedono l’inflazione tendenziale risalire all’1,7% solo nel quarto trimestre 2016 (tra un’eternità, su previsioni la cui alea è altissima, per definizione e metodologia). Certo, in Eurozona c’è una specie di ripresa in corso, e questo già di suo non faciliterebbe misure monetarie ulteriormente espansive.

Ancor meno in un contesto in cui Mario Draghi si trova di fatto con le mani legate dalla politica, ora che le munizioni convenzionali (cioè i “normali” ribassi dei tassi) sono praticamente terminate. Ecco quindi che i capitali internazionali affluiscono in Eurozona e nella sua periferia, attratti dagli alti rendimenti, rafforzando il cambio. Nel breve termine questo fornisce una sorta di ebbrezza da “scampato pericolo” e uscita dal tunnel, con fallaci inferenze sul successo di una politica economica inesistente eppure premiata da spread in calo. In realtà, si pongono le basi per nuovi seri rischi, a causa del nostro pesante rapporto di indebitamento. Giova poi ricordare che gli investitori globali, oltre a muoversi in branco, hanno pure una patologica autostima: credono infatti di poter uscire da un mercato esattamente un secondo prima che il medesimo crolli sotto il peso delle proprie contraddizioni. Per questo, mai come ora, l’Italia è al crocevia di un equilibrio molto instabile.

Il nostro paese rischia quindi di essere la vittima designata della propria insipienza, come dimostra l’incapacità pressoché genetica a spendere i fondi comunitari, al punto da farsi venire l’idea umiliante ed assurda di rinunciarvi, barattandoli con tagli al cuneo fiscale. Ma siamo anche notorie vittime di misure di “risanamento” su base comunitaria che hanno esacerbato la crisi, ponendo le basi per il collasso dell’economia tramite avvitamento del debito o, nella migliore ipotesi, per un lungo periodo di crescita anemica. Se il sistema di vincoli di finanza pubblica resterà questo (e non c’è motivo di dubitarne, a meno di interpretazioni più morbide dei trattati intergovernativi che presiedono a queste richieste di aggiustamento), lo scenario più probabile per l’Italia resta quello di una drastica riduzione delle retribuzioni (solo in parte ottenibile da riduzione del cuneo fiscale) o un progressivo esproprio fiscale, su base prevalentemente patrimoniale. O più verosimilmente di entrambe le cose.

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