L’era di Matteo Renzi, tra legittime speranze e cinica realtà

di Mario Seminerio – Strade Online

L’Italia che Renzi si accinge a governare non è diversa da quella degli anni precedenti, né sono diversi gli strumenti che egli ha a disposizione, rispetto ai suoi predecessori. Ma la discontinuità che propone all’Italia è profonda, e sarà il tempo a dirci se la sua predicazione sarà stata genuina o strumentale e se sarà rigettata dal corpo profondo di un paese che si ostina a rifiutare di fare i conti con la realtà. Se sarà davvero un cambio di verso, o piuttosto l’ennesimo giro di ruota.

L’entrata in carica del governo Renzi, con la sua ostentata discontinuità, almeno anagrafica e di registro di comunicazione (pur se a volte con esiti non particolarmente felici), mette la nostra comunità nazionale di fronte ad un momento della verità. Il paese è in una crisi profonda e strutturale, che sinora è stata gestita in modo “ordinario” dai governi che hanno cercato di trattarla, come ha bene esemplificato la sfortunata metafora del cacciavite che ha caratterizzato l’immobilismo del governo Letta. Ci si chiede cosa mai possa essere cambiato, in un governo che nasce con lo stesso quadro di riferimento politico ed istituzionale di tutti quelli che lo hanno preceduto, ed addirittura con la stessa maggioranza, i suoi distinguo ed i suoi bizantinismi di bottega.

Quello che appare, al momento, è che Renzi sta effettivamente cercando di supplire con iperattivismo (almeno dichiarativo, per quello fattuale dobbiamo attendere) ai vincoli che ogni governo italiano ha di fronte. L’impressione è che per Renzi possa valere quanto ebbe a dichiarare Gianni Agnelli all’indomani della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, nel 1994: “se ce la farà, avremo vinto tutti. Se fallirà, avrà fallito da solo”. Renzi ha effettivamente di fronte una formidabile inerzia: istituzionale, del sistema politico e più in generale di un paese da sempre abituato a correre in soccorso del vincitore e ad abbandonarlo al primo segno di debolezza. Un’inerzia che può quindi volgere piuttosto rapidamente in ostilità manifesta, e portare a metabolizzazione ed escrezione di quello che tenta di porsi come “corpo estraneo” al sistema, dimentico che di tale sistema egli è parte a pieno titolo da circa un ventennio, essendo a tutti gli effetti un professionista della politica.

Alla fine, dopo la stagione dei balocchi berlusconiani e del millenarismo furioso, cupo e settario del grillismo, per gli italiani, bulimici di narrative di discontinuità ma al contempo terrorizzati dal cambiamento e dal peggioramento di una condizione esistenziale che appare sempre più minata dalle fondamenta, Renzi potrebbe essere l’ennesima figura salvifica da vivere con lo stesso cinismo professato da un arcitaliano come fu l’Avvocato. Sarebbe ovviamente ingeneroso, oltre che logicamente assurdo, classificare l’esperimento di Renzi tra quelli delle affabulazioni fallite ancor prima di nascere, malgrado un inizio molto old fashion sul discorso delle coperture finanziarie ed una eccessiva disinvoltura nel prefigurare interventi strutturali che sono terribilmente costosi.

Il compito di Renzi è effettivamente immane. L’Italia è un paese sempre più anziano in una crisi fiscale esistenziale, che di fatto ha posto la parola fine ad un modello di sedicente sviluppo basato sulla costruzione di coalizioni sociali a mezzo di spesa pubblica. Un paese da sempre caratterizzato da scarsa o nulla coesione sociale e comunitaria ed in cui cittadini anarcoidi, familisti ed ultra individualisti tirano a fregare uno stato lontano, autoritario e che non si fida di loro, ampiamente ricambiato. I segni più evidenti di questo fallimento della comunità nazionale si trovano, tra gli altri, in una burocrazia che deve certificare ogni respiro, proprio per la radice di profonda diffidenza nella società, e nella incapacità genetica a trattare in modo efficiente le risorse pubbliche, da quelle nazionali a quelle erogate dalla Unione europea. O meglio riassegnateci, visto che si tratta di un riciclo di nostre contribuzioni al bilancio comunitario, dove da sempre siamo tra i peggiori per efficacia ed efficienza, salvo poi giustificare questa inettitudine con la lontananza di una entità matrigna come la Ue, allo stesso modo in cui le nostre comunità locali, piagate dalle stesse disfunzionalità, incolpano lo stato centrale di essere sordo, cieco e disumano.

Renzi si trova quindi di fronte un paese che ha finito i soldi, che ha un livello di spesa pubblica non elevato rispetto ad altri ma dalla qualità scadente come pochi altri sul pianeta; con una incidenza di persone che “vivono di politica” che a sua volta ha ben pochi uguali in giro per il mondo; e con una popolazione che nasce sul suolo patrio già intimamente convinta che il resto dell’umanità stia tentando di fregarla, e di conseguenza si attrezza per rispondere colpo su colpo, con ogni mezzo più o meno lecito, incluso il culto molto italiano dei “diritti acquisiti” e quello del nemico esterno, dove il concetto di “esterno” spazia dal vicino di casa alla Germania, con annesso florilegio di complotti. La “predicazione” renziana, al netto di alcuni elementi molto, troppo “televisivi” e fatti spesso di disarmanti banalità, si trova in rotta di collisione con il modello culturale dominante in un paese che ha da tempo deciso che “italiani son sempre gli altri”, per citare il pregevole titolo di un libro di un altro arcitaliano, Francesco Cossiga. E che di conseguenza la “spesa pubblica improduttiva” è sempre quella altrui, o che servono soldi pubblici per far tornare rigoglioso il proprio orticello, che è sempre quello che salverà il paese.

I nodi di questa disfunzionalità esistenziale stanno inesorabilmente arrivando al pettine. Il dissesto degli enti locali avanza; presto apparirà chiaro che risposte tradizionali, fatte di aumenti di imposte e polvere sotto il tappeto, sono al capolinea e che il tempo del trauma, cioè dei default, è arrivato a presentare il conto. Renzi dovrà gestire quel tempo, e lo dovrà fare proprio nel momento in cui starà cercando di presentare agli italiani la speranza di un paese diverso, mentre stimola (almeno a parole) il senso di appartenenza comunitaria su scala nazionale che questo paese mai ha realmente avuto, nella propria storia.

Scopriremo presto se Renzi è davvero l’uomo della discontinuità e della “ricostruzione”, e non piuttosto uno dei tanti televenditori di un paese sempre pronto a comprare il Colosseo, credendo di averlo in realtà venduto al vicino. Giusto usare parole di speranza, ma forse ancor più necessario essere pronti a dire agli italiani la verità.

E cioè che andrà molto peggio, prima di andare meglio.

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