La crisi turca è un allarme per l’Italia

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La decisione della banca centrale della Turchia di alzare drasticamente il tasso overnight dal 7,75 al 12 per cento ha dato uno scossone ai mercati mondiali ed interessa anche la crisi italiana più di quanto non si creda.

Le forti turbolenze dei mercati di questi giorni sono l’”appuntamento col destino” di investimenti rischiosi cresciuti molto nel 2013, e quasi esclusivamente per la riduzione della percezione di rischio da parte degli investitori. La rassicurante presenza delle banche centrali, pronte ad alluvionare il pianeta di liquidità, ha permesso ai mercati azionari di mettere a segno risultati da ripresa economica vigorosa pur in presenza di un andamento degli utili societari che è stato in media assai meno brillante di quanto si tenda a pensare.

Il Nirvana si interrompe bruscamente quando ci si rende conto che la Cina sta affrontando una difficile transizione e siede sopra una bomba di debito innescata, oltre che per timore che la Fed rimuova troppo presto e troppo in fretta l’epocale sostegno di liquidità all’economia. Conseguenza di questi timori: i flussi di marea finanziaria, che avevano benedetto le economie emergenti, tornano da dove sono venuti, lasciando nude quell economie.

Sfortunatamente, per loro e per tutti noi, gran parte dei paesi emergenti “non hanno fatto i compiti a casa”, come direbbe la maestrina Merkel, cioè non hanno mai fatto riforme per rendere competitive le proprie economie, limitandosi a godere del boom creditizio che flussi di denaro “caldo” dall’Occidente hanno prodotto. Alcuni di questi paesi hanno così accumulato ampi deficit delle partite correnti, cioè di competitività, ed ora saranno brutalmente costretti a tirare la cinghia. Esemplare il caso della Turchia, che si ritrova con forti debiti in dollari del proprio sistema creditizio e produttivo, e riserve valutarie ormai al lumicino. Inevitabili i forti aumenti dei tassi d’interesse e la rotta di collisione tra autorità monetarie e potere politico, che dovrebbe fare l’altra metà del lavoro sotto forma di stretta fiscale.

Discorso analogo per l’India, con un governatore-star come l’economista Raghuram Rajan, deciso a dare un salutare scossone ad una classe politica più pietrificata ed imbelle della nostra, costringendola a riforme dolorose attraverso la lotta decisa all’inflazione. Ma la tendenza è generalizzata a praticamente tutti gli emergenti. Questo significa poche ma precise cose: all’orizzonte si staglia un inevitabile e forte rallentamento dei paesi emergenti che avrà ovvie ricadute su quelli sviluppati. Già le società americane ed europee che comunicano i conti del quarto trimestre 2013 stanno ampiamente ridimensionando le stime di crescita per l’anno in corso.

Il mercato si è svegliato di soprassalto, il rischio di vanificare le stime di crescita e le pacche sulle spalle di Davos è sempre più alto. Gli anelli deboli della catena, come il nostro paese, dove da tempo immemore regnano garruli vaniloqui sull’”agganciare la ripresa”, sono severamente avvertiti. Ma, come da consolidata tradizione, la secchiata ghiacciata ci coglierà impreparati, tra un porcellum e l’altro.

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