Francia, crisi di un modello

di Mario Seminerio

Come da attese, le elezioni francesi segnano uno spartiacque. La scelta che gli elettori transalpini hanno di fronte è tra lo status quo ed il cambiamento, ed anche l’eventuale rielezione di Sarkozy non significherebbe comunque continuità. Il punto è che la politica francese, così come la società, ha bisogno di prendere atto della persistente e crescente divergenza tra Germania e Francia.

Oltre all’andamento macroeconomico ed alla differente forza relativa dei sistemi bancari dei due paesi, l’elemento che caratterizza questa storica divergenza è rappresentato dalla Cina, che con alta probabilità si accinge quest’anno a sostituire la Francia come principale partner commerciale della Germania. Si stima che il numero di imprese tedesche operanti in Cina sia di circa cinque volte maggiore di quello francese. In sintesi, gli interessi francesi stanno divergendo da quelli tedeschi.

La Germania vuole sempre meno interventi da parte della banca centrale europea, la Francia (sia con Sarkozy che con Hollande) ne vuole di più. I due francesi, come i socialdemocratici tedeschi, guardano con interesse alla creazione di eurobond. Il fatto che circa un terzo dell’elettorato francese abbia scelto candidati che vorrebbero uscire dall’euro deve essere contestualizzato nelle dinamiche tipiche del primo turno elettorale, in cui gli orientamenti più estremi dell’opinione pubblica tendono ad esprimersi e trovare eco presso i candidati, ma è anche indicatore di un profondo malessere dell’elettorato. Da un punto di vista non partitico, Sarkozy è finora sembrato voler gestire il declino relativo della Francia, mentre Hollande pare negare questa circostanza storica, oltre ai limiti ormai evidenti dell’economia francese ed i vincoli imposti dalla partecipazione alla moneta unica.

Hollande vuole alzare le tasse sui soggetti ad alto reddito e sulle banche e vuole spendere di più sul bilancio dell’agricoltura, assumere 60.000 nuovi insegnanti e sussidiare 150.000 posti di lavoro per giovani. Vorrebbe anche aumentare la spesa pubblica di 20 miliardi di euro entro il 2017 anche se la spesa pubblica francese, in percentuale del Pil, si trova oggi oltre il 56 per cento, un record tra i paesi sviluppati, contro una media Ocse al 43,3 per cento.

La trasformazione di Sarkozy è stata profonda. Alla sua prima campagna elettorale, cinque anni fa, corse come una sorta di Thatcher francese, ma nel corso del mandato è ritornato (o diventato, più probabilmente) un classico francese gollista. Qualcuno aveva intuito da subito come sarebbe finita, visto che l’inerzia del modello culturale del paese non può (né dovrebbe) mai essere sottovalutata nelle analisi. Nel corso dei decenni, la strategia francese è sempre stata quella di imbrigliare la Germania in una rete di relazioni ed impegni, per tenerne il futuro inestricabilmente legato a quello dell’Europa. Sarkozy, invece, ha cercato (sempre più disperatamente, e con crescente frustrazione) di legare il vagone francese alla locomotiva tedesca. Più volte, durante la crisi, Angela Merkel è apparsa “proteggere” Sarkozy, non ultima nella ventilata ipotesi (poi non concretizzata) di partecipazione alla campagna elettorale del francese.

Ma ciò che appare evidente è che, indipendentemente dall’esito elettorale, non si tornerà alla parità tra Francia e Germania, e che esiste un rischio non trascurabile di aumento di incertezza ed instabilità in Europa, proprio perché anche la Francia appare in affanno ed incapace tanto di contenere la potenza economica tedesca e le distorsioni che la medesima infligge all’eurozona, quanto di realizzare uno sforzo “epocale” per riagganciare il capo-plotone tedesco. Non a caso, lo spread tra titoli di stato tedeschi e francesi è tornato ad aumentare, anche sulla scorta di voci non confermate secondo le quali, dopo S&P, anche Moody’s si accingerebbe a privare la Francia del massimo merito di credito, la tripla A.

La Francia ha i risultati più scadenti in Europa in termini di liberalizzazioni, circostanza che potrebbe ulteriormente peggiorare dopo le elezioni, viste le tendenze prevalenti nella classe politica del paese, a destra come a sinistra. La pressione fiscale sulle imprese sembra destinata ad aumentare, la componente non monetaria del costo del lavoro è all’incirca doppia di quella tedesca, e dall’anno 2000 il costo del lavoro francese per unità di prodotto è cresciuto del 20 per cento rispetto a quello della Germania. Questo differenziale potrebbe aumentare ulteriormente.
Nell’anno 2000 i costi orari di lavoro francesi erano inferiori dell’8 per cento a quelli tedeschi, oggi sono superiori di circa il 10 per cento. Un datore di lavoro francese paga oggi il doppio di oneri sociali rispetto ad uno tedesco. Il tasso di disoccupazione francese è al 10 per cento, contro il 5,8 per cento di quello tedesco, e non scende sotto il 7 per cento da quasi trent’anni. La Francia impiega 90 pubblici dipendenti ogni 1.000 abitanti, nelle varie articolazioni della burocrazia, contro i circa 50 della Germania

Ed è proprio la competitività del paese a trovarsi in un trend declinante: negli ultimi dieci anni il saldo delle partite correnti si è costantemente deteriorato; in conseguenza di ciò, il paese ha un debito estero netto ormai pari all’11 per cento del Pil, la quota della manifattura sul totale della produzione si è ristretta, il numero di imprese esportatrici è diminuito e l’incidenza delle esportazioni sul Pil è rimasta stagnante.

La Francia è inoltre la seconda economia più chiusa d’Europa (in termini di incidenza sul Pil della somma di importazioni ed esportazioni). Questo fa sì che il paese rischi di beneficiare molto poco di una eventuale svalutazione dell’euro. La posizione fiscale francese è per molti aspetti vicina a quella dei paesi della periferia (i PIIGS). Il saldo primario di bilancio pubblico (la differenza tra entrate e spese al netto di quella per interessi sul debito pubblico) è in deficit del 3,4 per cento, la spesa pubblica è al 56 per cento del Pil, il debito estero netto è l’11 per cento del Pil. Inoltre, l’economia francese appare trainata soprattutto da auto, Difesa e consumi, tutti ambiti che appaiono indeboliti dalla crisi economica. Sono cifre indicative della misura dell’affanno del modello-Francia. Vulnerabilità che suggeriscono che anche per i francesi il futuro (post-elettorale ed oltre) si annuncia turbolento e preoccupante.

Francia e Germania hanno un rapporto debito-Pil a livelli comparabili, sopra l’80 per cento, ma mentre quello tedesco mostra segni di riduzione, quello francese esibisce una continua tendenza al rialzo, è ormai prossimo al 90 per cento e potrebbe toccare la soglia psicologica del 100 per cento entro il 2015-2016.

La Francia sta per affrontare quelle stesse dure scelte che l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha gestito un decennio addietro, in condizioni di economia globale ben diverse dalle attuali, peraltro. La crisi dell’Eurozona rende queste scelte al contempo più urgenti e più dure. Chiunque entrerà all’Eliseo dovrà agire. Se fallirà nel controllo del deficit i mercati reagiranno duramente, e la Francia potrebbe trovarsi al centro di una nuova crisi di finanziamento in Eurozona, che per effetto contagio colpirebbe duramente soprattutto il nostro paese. Ma se il vincitore deciderà di mettere mano ad un risanamento vero, con tagli di spesa ed aumenti d’imposta, rischierà di trovarsi di fronte un paese assai poco preparato all’eventualità. Se il prossimo presidente si adopererà almeno per frenare il percorso di riequilibrio dei conti pubblici, che sta causando danni enormi a tutta l’Eurozona, le probabilità di gestire la transizione in modo positivo aumenteranno. Comunque non di molto.

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One Reply to “Francia, crisi di un modello”

  1. Mi scusi ma tanto la sinistra quanto la destra francese di LePen mi sembrano abbastanza avversi all’europa e alla pressione dei mercati finanziari. E anche in Germania i socialisti rappresentati da Martin Schulz paiono abbastanza propensi alla regolamentazione dei mercati finanziari.
    Che mezzi ha uno stato o un insieme di stati (come l’europa) per proteggersi contro le pressioni de mercato finanziario? Sa nulla degli AIFMD?
    http://blogs.telegraph.co.uk/news/danielhannan/100051055/the-eus-anti-hedge-fund-proposal-is-probably-illegal/

    Non sara mica che a forza di pressing la finanza anglo-americana non finisca per rendere sempre piu necessaria la regolamentazione europea del mercato finanziario, e quindi motivando i paesi europei a restare uniti piu di quanto le competizioni interne rischino di allontanarli?

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