Lo Stato italiano deve davvero comprare AVIO?

di Andrea Gilli

La Cassa Depositi e Prestiti starebbe per comprare AVIO, l’azienda torinese specializzata in propulsione aerospaziale. La ratio sarebbe la seguente: in quanto azienda “strategica”, AVIO non può finire liberamente sul mercato.

Ho passato gli ultimi mesi a ragionare su questi temi (ciò in parte spiega la mia assenza da Epistemes): base industriale di difesa, sicurezza nelle forniture militari, etc. Dopo un po’ di analisi, queste argomentazioni mi sembrano sempre meno convincenti.

Ragioniamo. In primo luogo, i mercati della difesa sono imperfetti. I costruttori sono pochi e i compratori ancora di meno. In generale, visto il protezionismo dilagante dei vari governi sviluppati in materia di acquisti militari (ognuno cerca di favorire i propri produttori), le aziende militari hanno un cliente principale, il loro governo nazionale. Questo esercita quindi un potere di quasi-monopsonio nei  confronti delle aziende, che si traduce automaticamente nella capacità di determinare le strategie del produttore. 

E’ abbastanza semplice. Se il governo italiano vuole un motore per aeromobili con caratteristiche a, b e c, Avio ha due possibilità: o produce quel motore, assicurandosi la vendita, oppure non lo produce, perdendo così l’opportunità di acquisto.

Ciò mi porta ad una prima considerazione: non mi è chiaro come e perché una quota in AVIO cambierebbe significativamente i rapporti tra Governo e AVIO stessa quando l’azienda già dipende in maniera preponderante, per il suo business, dal governo italiano.

Non sono cieco, e comprendo bene il rischio che un’azienda francese entri in Avio, e magari dirotti gli investimenti dell’azienda, così da far dipendere l’Italia maggiormente dalla Francia. Resta la domanda: so what? Con altri produttori in quel campo (Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti), non abbiamo diverse alternative per proteggerci contro quel rischio? In secondo luogo, nell’epoca della globalizzazione, il fattore più importante è davvero la proprietà dei mezzi di produzione (risposta: no, il fattore più importante sono i diritti di proprietà)? In terzo luogo, stiamo parlando di sicurezza militare o di sicurezza industriale?

La seconda considerazione riguarda la definizione di aziende strategiche. Certo: l’aerospazio è strategico. Oggi. Domani non lo sappiamo. Sappiamo però che l’Europa, a forza di difendere i settori strategici, in campo militare, ha accumulato un ritardo di 15/20 anni nel campo aerospaziale rispetto agli Stati Uniti. Ricapitoliamo: il meglio dell’aerospazio europeo è il caccia francese Rafale, “yesterday’s technology” per l’emiro del Qatar, e l’Eurofighter, “F-16 capabilities at F-22 prices”, stando ad un ritornello in voga a Washington.

Le implicazioni di questo ritardo sono sotto gli occhi di tutti: mentre gli USA stanno pensando agli aerei di 6° generazione e stanno costruendo il loro secondo aereo di 5° generazione, l’Europa fa fatica a finire di comprare i propri aerei di 4° generazione. Senza contare che, per comprare, negli anni, aerei costosissimi per difendere i suoi settori strategici, ora l’Europa arranca anche nelle nuove tecnologie (come l’automazione per i droni).

Non so quanto costerebbe una golden share in Avio, ma la ricetta per dominare i settori strategici è quella della ricerca, degli investimenti, della sperimentazione. La strada del protezionismo mi convince davvero poco.

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