Lo squilibrio dell’Europa non è fiscale ma commerciale

In queste settimane di crisi dell’Eurozona, molti commentatori ed “esperti” insistono a sposare la linea tedesca sulla vera natura della crisi dell’Eurozona, vista come un caso di dissipatezza fiscale. Le cose non stanno in questi termini, a parte il caso della Grecia (che è anche e soprattutto un patente caso di frode contabile sovrana): la crisi nasce da un irrisolto squilibrio delle partite correnti, cioè dall’interscambio commerciale intracomunitario.

Lo scorso anno, la Germania ha registrato un surplus delle partite correnti del 5,7 per cento del Pil, persino maggiore di quello della Cina, che si è fermata al 5,2 per cento di Pil. Questi surplus devono essere riciclati in qualche altra parte del mondo. Un surplus delle partite correnti, in sostanza, non rappresenta altro che un eccesso di risparmi domestici sugli investimenti domestici. Un paese che ha un surplus delle partite correnti deve, per definizione, acquisire attività estere. Ma così facendo può determinare problemi economici transfrontalieri.

E questo è il punto fondamentale con cui confrontarsi: un surplus delle partite correnti è uno squilibrio, esattamente come lo è un deficit, che del primo è immagine speculare. I cinesi di solito riciclano il proprio surplus delle partite correnti comprando titoli di stato americani. In altri casi gli investitori hanno cercato rendimenti elevati ed illusoriamente sicuri comprando titoli subprime e vari strutturati. I tedeschi riciclano abitualmente il loro surplus commerciale senza assumersi rischio valutario, cioè comprando soprattutto titoli di stato dei paesi dell’Eurozona in deficit commerciale. Da qui si è originata e si origina la “intossicazione” del sistema finanziario.

Come si riassorbe un surplus delle partite correnti? In due modi: o la Germania esporta di meno, o importa di più. La prima ipotesi ha una elevata probabilità di avverarsi, se i PIIGS seguiranno la strada greca, lastricata di strette fiscali. In quel caso lo squilibrio si sanerebbe, con alta probabilità, con una serie di default in Eurozona. L’altra modalità di rientro del surplus commerciale tedesco potrebbe avvenire se la Germania decidesse di giocare il proprio ruolo di locomotiva europea, stimolando quindi la propria domanda interna. Ciò spingerebbe le importazioni tedesche ed esporterebbe in Europa un minimo di crescita. Ma questa eventualità causerebbe, con buona probabilità, una certa pressione inflazionistica in Germania. Se da un lato ciò sarebbe utile per il riequilibrio dell’Eurozona, dall’altro è verosimile che la sola ipotesi troverebbe la feroce opposizione dei tedeschi, per il noto mantra dei motivi storico-culturali.

Quello che molti politici e commentatori (tedeschi e non ) non riescono a comprendere è che lo squilibrio europeo non deriva da dissipatezza dei conti pubblici, tranne il sopracitato caso della Grecia. Spagna e Irlanda avevano surplus di bilancio pubblico e rapporti debito-Pil nettamente inferiori alla Germania, prima dello scoppio della crisi. L’eccesso di indebitamento privato, quando ha smesso di essere finanziato da capitali privati, si è scaricato sui bilanci pubblici sotto forma di salvataggi, trasferimenti quali sussidi di disoccupazione e minore gettito fiscale. I bilanci pubblici si sono quindi sostituiti a quelli privati, e da quel momento la vulgata degli stati spendaccioni si è potuta affermare, in tutta la sua fallacia.

Se in Eurozona non vi fosse un’unica moneta, il problema degli squilibri commerciali si sarebbe risolto con una svalutazione della moneta dei paesi in deficit. Il marco si sarebbe apprezzato, la lira, la peseta e l’escudo deprezzati. I tedeschi avrebbero compensato comprando aziende italiane, come già fecero nel 1992, con l’uscita della lira dallo SME. In quella occasione, ad esempio, Deutsche Bank si insediò in forze in Italia, a buon mercato. Avendo invece una sola divisa e nessun meccanismo comunitario di gestione degli squilibri commerciali, l’Eurozona si è incamminata a passi spediti verso un elevatissimo rischio di default, che è il meccanismo attraverso il quale tali squilibri si risolvono. A meno di puntare su una svalutazione interna, cioè su elevata disoccupazione e tagli feroci alle retribuzioni nominali dei paesi in deficit commerciale verso la Germania. Tutto si può fare ovviamente, ma abbiamo l’impressione che questa via sia costellata di enormi tensioni sociali, per usare un eufemismo.

Poiché nulla è stato stabilito riguardo il rientro degli squilibri commerciali intracomunitari, il mercato è tornato a scommettere su un esito traumatico dell’intera vicenda. In un simile contesto, ciò che il nostro paese può fare non è moltissimo. Ma una cosa deve essere chiara: il pareggio di bilancio ottenuto solo attraverso strette fiscali e senza un processo di liberalizzazioni di tutta l’economia, è il traghetto per la Grecia. E’ la natura stessa della crisi che ci impone di diventare più competitivi, e non solo di raggiungere il pareggio contabile. Quest’ultimo potrà (forse) compiacere i tedeschi e quanti si ostinano nella narrativa dello stato spendaccione, ma è anche il modo migliore per impiccarsi in una spirale mortale. In questo senso, il rinvio di ben un anno dell’intero processo di liberalizzazione dell’economia italiana rischia di rivelarsi esiziale, per mancata comprensione delle radici della crisi. Per uccidere di tasse i contribuenti italiani non serviva il presidente della Bocconi.

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