L’inverno, dopo l’autunno: la primavera araba?

di Andrea Gilli

Le elezioni egiziane della scorsa settimana lasciano ben poco spazio alle interpretazioni. Hanno vinto i fondamentalisti. Il 40% dei seggi è andato alla Fratellanza Musulmana. Il 25% ai salafiti (ancora più integralisti dei Fratelli Musulmani).

E’ brutto dire “l’avevamo detto”. Ma: l’avevamo detto. Nutrivamo ben poche speranze a proposito della famosa primavera araba. Bisogna dire che la realtà è riuscita a deludere le nostre già magre aspettative. Finora, ci sono stati degli sviluppi in Tunisia, ma sugli altri fronti, la situazione è drammatica.

In Libia c’è una sorta di impasse e non è facile capire come e quando si risolverà. In Siria continuano a morire persone. Nelle monarchie del Golfo la situazione è solo peggiorata. In Iran, addirittura, gli studenti anzichè ribaltare il regime hanno rovesciato l’ambasciata inglese. Tra tutti i Paesi è però l‘Egitto, sia per la sua importanza regionale che per come il regime di Mubarak è caduto, a rappresentare lo sviluppo più preoccupante.

Il Paese è probabilmente il più importante del mondo arabo. La sua società civile è quella più moderna. Inoltre, in Egitto, non c’è stato un intervento esterno: il regime è caduto da solo sotto la pressione delle masse. In altre parole, l’Egitto rappresenta la pedina fondamentale: se la democratizzazione fallisce in questo Paese, allora è il caso di abbandonare tutte le nostre speranze su una trasformazione del Medio Oriente.

Si era partiti da piazza Tahir e le elezioni. Siamo arrivati al governo transitorio che faceva una strage in piazza. Il giro è finito con gli islamisti più radicali che hanno la maggioranza assoluta del Parlamento. Mubarak ha impedito per 30 anni alla Fratellanza Musulmana di candidarsi alle elezioni per via del suo estremismo religioso. Nel nuovo Parlamento egiziano, la Fratellanza musulmana rappresenterà il partito moderato della maggioranza relativa.

E’ stato un sogno. Probabilmente è tutto finito. E’ possibile che i partiti islamici egiziani si trasformino e diventino qualcosa di simile alla nostra democrazia cristiana. O è possibile che gli islamisti più radicali vengano emarginati. E’ possisibile, ma non è per nulla certo.

In primo luogo, nel Settecento o Ottocento, la Chiesa cattolica non ha mai chiesto che le donne andassero in giro velate, né ha mai suggerito un’interpretazione letterale della Bibbia e neppure ha mai detto che la grandezza del mondo Cristiano poteva essere ritrovata tornando agli usi e costumi dell’era di Gesù. Sono differenze notevoli: un conto è avere posizioni anche molto conservatrici, un altro conto è sostenere la necessità di imboccare la retro-marcia per affrontare il futuro.

In secondo luogo, la situazione sociale ed economica egiziana porterà inevitabilmente ad una transizione critica. E’ facile che in queste circostanze, gli islamisti possano ulteriormente rafforzarsi.

Vedremo quanto accadrà. Noi continuiamo ad essere pessimisti. Alla luce degli ultimi sviluppi, però, sarebbe forse il caso, in Occidente, e soprattutto tra i media, di ragionare prima di parlare. E’ necessario capire che democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa e, anzi, possono essere in contraddizione. Se vogliamo che i popoli possano scegliere, allora hanno diritto a scegliere la loro strada, per quanto retrograda o aberrante ci possa sembrare. Se d’altra parte vogliamo guidarli, è chiaro che bisogna sacrificare in parte le istanze democratiche.

Non tutti i popoli vogliono la democrazia liberale, la Coca-Cola o Pino Insegno in televisione. Trent’anni fa, l’Iran ci ricordò drammaticamente questa lezione. L’Egitto rischia di farcela tornare nuovamente alla memoria. Il rischio reale è che tutto ciò contribuisca ulteriormente all’instabilità Medio-Orientale.

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