Paghiamo le picconate tedesche

di Mario Seminerio – Il Tempo

Gli spread italiani e spagnoli continuano a muoversi in modo molto violento, per effetto di due grandi sollecitazioni: il deterioramento della congiuntura e le continue picconate che la politica tedesca sta assestando all’edificio europeo. C’è un antico motto, di derivazione militare ed uso corrente nei paesi anglosassoni, che recita: “le percosse continueranno finché il morale non migliorerà”. Questo motto sembra essere stato adottato dai tedeschi nella gestione della crisi europea.

Tutto è cominciato a ottobre dello scorso anno, durante la gestazione del fondo di salvataggio europeo, ad oggi ancora in alto mare. E’ di quei tempi la richiesta della Cancelleria e del ministro delle Finanze, Schaueble, di un coinvolgimento delle banche private nel salvataggio della Grecia. Quella presa di posizione, nata con l’intento pedagogico di punire i creditori che non avevano fatto i compiti a casa, fu sufficiente a scatenare il panico sui mercati azionari anche perché il governo tedesco fece anche intendere che il nuovo fondo di salvataggio europeo, previsto per la seconda metà del 2013, sarebbe dovuto essere creditore privilegiato rispetto a tutti gli altri investitori in titoli sovrani. Date queste premesse, il passo di evitare come la peste l’investimento in titoli sovrani dei paesi periferici fu assai breve, e il quadro iniziò a destabilizzarsi.

Oggi, dopo altri due “salvataggi” della Grecia, l’ultimo dei quali ancora largamente indeterminati nelle modalità operative e buttato a mare il fondo di salvataggio per il veto ad utilizzare la Bce in sostegno, i tedeschi ci riprovano. Angela Merkel annuncia, in quella che definisce l’ora più difficile per il Vecchio Continente, che serve un passo avanti nella costruzione di un’Europa politica. Solo che il significato di questa frase è l’opposto di quanto noi, poveri dissipati levantini, saremmo portati ad immaginare. Non un’unione fiscale, gli “Stati Uniti d’Europa” sognati da Altiero Spinelli, ma una sorta di “polizia economica” in grado di pattugliare i conti dei singoli stati, minacciati di essere privati di contributi comunitari e diritti di voto in caso di mancata osservanza dell’ortodossia. Occorre un nuovo trattato europeo, dice Berlino, e occorre “con chi ci sta”.

Per la prima volta, quindi, il tema di mettere nei trattati l’esplicita eventualità di permettere l’uscita dalla moneta unica, finora non prevista, è sul tavolo della discussione sul futuro dell’Eurozona. Si tratta forse dell’idea, attribuita al direttorio Merkel-Sarkozy, di un’area valutaria a due velocità, emersa la scorsa settimana e subito smentita dal governo tedesco? Se così fosse, attendiamoci la deflagrazione dell’intero edificio europeo. Fino a ieri abbiamo tutti pensato che la mancata inclusione nei trattati della possibilità di lasciare la moneta unica fosse stata una sciatteria. La verità, e lo scopriamo in questi giorni, è che si è trattato invece del tentativo di risparmiare all’Eurozona una mortale implosione. La sola idea che un paese possa decidere di uscire dall’euro è destinata a causare violenti attacchi speculativi agli altri anelli deboli della catena, in un devastante effetto-domino. Questo spiega in larga misura lo smottamento degli spread italiani e spagnoli di inizio settimana.

E comunque, quanto potrà funzionare un’eventuale euro “duro”, teutonico ed inflessibile, al quale parteciperebbe “necessariamente” anche la Francia? Parigi sta rallentando vistosamente, le continue strette fiscali per preservare la preziosa tripla A (che regge sulle proprie spalle anche il fondo di stabilizzazione) stanno fiaccando il paese e inducendo i mercati a scommettergli contro, con un costante allargamento del famigerato spread contro la Germania. Sarkozy sta meditando un aumento generalizzato dell’Iva, anche sui generi di prima necessità e sulla intoccabile ristorazione, allo scopo di chiudere i buchi di bilancio, preservare risorse per il welfare e proteggere le produzioni domestiche dagli importatori. Ma una simile manovra, in un paese che da sempre fa dei consumi un potente motore del proprio sviluppo, appare una scommessa azzardata. La Francia vorrebbe agganciarsi al treno tedesco per ovvi motivi di preservazione della propria presunta egemonia geopolitica continentale, ma rischia di finire travolta dall’auto in corsa targata Berlino.

Nel frattempo una recessione auto-inflitta, figlia della fretta nel voler raggiungere il pareggio di bilancio credendo che ciò stesso basti per riavviare la crescita, sta scavando in profondità nei conti degli stati e destabilizzando le banche. Al punto in cui siamo, possiamo solo sperare in una tardiva resipiscenza dei tedeschi, ma potrebbe essere comunque tardi.

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