Se nella Bce restano solo le colombe

di Mario Seminerio – Il Tempo

L’uscita dell’ultraortodosso monetarista Jurgen Stark dalla Banca centrale europea, senza che da Berlino sia giunto un solo refolo, ma “solo” lo spiffero della probabile nomina del socialdemocratico Joerg Asmussen, vice di Wolfgang Schaeuble alle Finanze, deve fare riflettere. Se la nomina di Asmussen sarà confermata, avremo con essa un ulteriore atto del cammino asperrimo che il governo tedesco sta compiendo sulla strada della presa di coscienza che il destino della Germania è quello della moneta unica.

Scorciatoie non sono possibili, l’uscita unilaterale neppure: sia a livello istituzionale (che in astratto sarebbe superabile) ma soprattutto per le conseguenze devastanti che ciò avrebbe su un neo-marco che subirebbe una rivalutazione a confronto della quale quella del franco svizzero contro euro sembrerebbe un saggio scolastico di fine anno. L’euro-psicodramma di Stark è molto simile a quello che accompagnò lo scorso inverno le dimissioni di Axel Weber, altro falco monetario tedesco, spianando in modo decisivo la strada per l’Eurotower a Mario Draghi.

Nouriel Roubini osservava ieri che la Bce ha perso o perderà molti suoi falchi, mettendo nella lista Weber, Stark, il nostro Lorenzo Bini Smaghi e, stranamente, anche Jean-Claude Trichet, che non può definirsi falco in senso stretto, non foss’altro perché incarna il ruolo del “banchiere centrale mediano” in un ipotetico “falcometro” della Eurotower.

Siamo quindi di fronte all’eterno contrasto tra la purezza dell’accademia ed il realismo della politica. Questo non vuole dire che non avremo di fronte momenti di grande difficoltà e di profonde sofferenze inflitte alla popolazione per raddrizzare la barca europea. Il governo di Berlino non diventerà domattina paladino della Transferunion, quella creatura mostruosa che turba i sonni di molti in Germania, dotata di un enorme sifone col quale drena soldi ai contribuenti tedeschi per trasferirli ai neghittosi e fiscalmente viziosi mediterranei.

Non è immaginabile che i tedeschi giungano domani o dopodomani al concetto di eurobond, del quale peraltro manca anche una minimamente condivisa definizione operativa. Ma i tedeschi sono pur sempre quelli che hanno privato di denti (forse mai realmente esistiti) il patto di stabilità e crescita, nell’ormai remoto 2005, ed ora sono soprattutto loro a dover gettare nuove fondamenta alla costruzione europea. Si pensi solo a problemi quali la cogenza di sanzioni per i paesi fiscalmente indisciplinati: un concetto che rischia di divenire un unicorno non meno di quello sulle garanzie reali richieste alla Grecia, e che vorremmo capire come potrebbero essere escusse (con un’invasione di terra, forse?)

Stiamo muovendoci lentamente ma inesorabilmente verso la confluenza di due grandi fiumi: quello della riscrittura delle regole europee e quello della caduta del tabù che non accetta un default in area euro. Ma uno o più default dovranno comunque accadere, lo dice la logica ed il senso comune. Nel frattempo, quindi, tutti in Eurolandia farebbero meglio ad agire come se i boatos che vogliono la Germania intenta a studiare un contingency plan per rafforzare le banche in vista di un default fossero veri. Questo del resto è il messaggio implicito lanciato dal Fondo Monetario Internazionale e dal suo direttore generale, Christine Lagarde, giorni addietro. Uno o più default sono nel nostro futuro, ma se un default accadesse, bisognerà fare l’impossibile per evitare un momento-Lehman nel cuore dell’Europa. L’ora della verità sta per arrivare.

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