La politica estera americana e la promozione della democrazia

di Mauro Gilli

“Wherever the standard of freedom and Independence has been or shall be unfurled, there will [America’s] heart, her benedictions and her prayers be. But she goes not abroad, in search of monsters to destroy. She is the well-wisher to the freedom and independence of all. She is the champion and vindicator only of her own.” John Quincy Adams, 1821.

Quello riportato è probabilmente uno dei più citati passaggi mai pronunciati da un presidente Americano, insieme ai celeberrimi “Tear down this wall” di Ronald Reagan e “Ich bin ein Berliner” di John Fitzgerald Kennedy (JQA lo pronunciò però prima di diventare presidente, quando era ancora Segretario di Stato). Ciò non deve sorprendere. Gli Stati Uniti, per tutta la loro storia, hanno sempre incoraggiato i movimenti democratici e si sono sempre schierati a favore della libertà. Allo stesso tempo, però, la loro politica estera è stata dettata da una forte dose di pragmatismo. Là dove la libertà e la democrazia avrebbero sollevato possibili rischi per gli interessi economici o strategici americani, le benedizioni di Washington si fermavano.

Questa premessa è utile per capire il “nuovo” discorso del presidente americano Barack Obama sul Medio Oriente. Secondo alcuni critici, Obama avrebbe fatto un passo indietro rispetto alle posizioni espresse nel famoso discorso del Cairo, e avrebbe finalmente abbracciato una politica estera a favore della democrazia e della libertà. Se il linguaggio può essere cambiato, vi è ragione di credere che nei fatti la politica estera americana rimarrà sostanzialmente la stessa.

In primo luogo, gli Stati Uniti hanno sempre chiesto maggiore democrazia e apertura ai regimi nemici, e chiuso uno se non due occhi verso quelli amici. L’Unione Sovietica, Cuba, l’Iran o la Siria hanno ricevuto richieste di elezioni democratiche, libertà di stampa e tolleranza verso gli oppositori politici che il Cile di Pinochet o l’Argentina dei Generali, l’Iraq di Saddam quando era un alleato o la Libia di Gheddafi prima degli ultimi eventi e soprattutto l’Arabia Saudita non hanno mai ricevuto. L’unica possibile eccezione è il caso del regime dello Shah in Iran. Fu infatti la richiesta di maggiore apertura, fatta da Jimmy Carter e Cyrus Vance, a favorire la rivoluzione di Khomeini. Da allora, gli Stati Uniti hanno imparato la lezione.

Chiedere maggiore democrazia ai nemici e chiudere un occhio verso gli amici – l’Arabia Saudita non è neanche stata nominata da Obama – non sembra suggerire una grande attenzione verso la democrazia e la libertà, né un cambiamento epocale verso il passato. Se Obama volesse davvero promuovere la democrazia in Medio Oriente, l’opzione più semplice e meno costosa sarebbe una: ridurre gli aiuti militari al governo di Riyadh. Ma questo, come è facile intuire, non succederà.

In secondo luogo, il discorso di Obama è spiegato più da un semplice accomodamento agli ultimi eventi, che da un epocale cambiamento di rotta. Dopo quella che viene chiamata “The Arab Spring“, era inevitabile una mossa di questo genere. I governi di tre paesi fino a poco tempo fa considerati “amici” o “non nemici”, Egitto, Libia e Tunisia, sono stati rimossi (per la Libia si attende, ma c’è da credere che alla fine quello sarà l’esito finale). Inevitabilmente, l’Amministrazione americana vuole stabilire dei buoni rapporti con chi salirà al potere – soprattutto in Egitto e Libia. Ciò sarebbe difficile senza una benedizione formale di queste rivolte. Quindi, sembra trattarsi più di marketing che di un cambiamento della Grand Strategy americana.

In terzo luogo, altre notizie recenti sembrano porre ulteriori dubbi su un significativo cambiamento in politica estera. Stando ad un interessante articolo del New York Times, il fondatore di Blackwater è stato ingaggiato dagli Emirati Arabi Uniti per creare un esercito di “corporate warriors” (quelli che in altri tempo erano chiamati mercenari). Questo esercito sarà composto da circa 700 effettivi, soldati di professione provenienti da altri paesi (Australia, Sudafrica, Inghilterra, e altri). Lo scopo principale di questa operazione è quello di dotare il paese di un corpo in grado di sedare eventuali proteste o sommosse – per questo gli Emirati Arabi Uniti vogliono soldati stranieri: in questo modo si garantiscono contro il rischio che l’esercito si possa schierare dalla parte dei manifestanti, in caso di proteste.

Per quale motivo questa vicenda dovrebbe essere connessa con il discorso di Obama? Il motivo è semplice: per un cittadino americano è vietato fornire “military training” ad altri paesi o a individui di altri paesi senza un apposito permesso del Governo americano. E’ dunque difficile pensare che Erik Prince stia violando la legge americana, visto che ciò gli impedirebbe di tornare negli Stati Uniti e soprattutto lo metterebbe nella categoria dei criminali ricercati dal FBI, rendendolo così a rischio di estradizione in pressochè ogni parte del mondo con l’eccezione di Korea del Nord, Cuba e Iran. Pertanto, viene facile concludere che il Governo americano gli abbia garantito questo permesso: il permesso di creare una milizia, il cui scopo è prevalentemente quello di impedire ribellioni interne (con 700 soldati non si può evitare alcuna invasione straniera).

Sarò felice di ricredermi, ma mi riesce difficile pensare che il discorso di Obama sia il preludio per un cambiamento di rotta significativo. L’Arabia Saudita continuerà a godere del supporto americano, così come è vero per gli altri regimi arabi, per il regime corrotto afgano e quello clientelare georgiano.

Advertisements