La lenta marcia della Grecia verso il default (o la bancarotta)

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da qualche tempo, nel linguaggio degli eurocrati, è emerso un termine piuttosto singolare: reprofiling. E’ riferito alla modifica del profilo temporale dei rimborsi del debito greco. Essendo ormai certo che Atene non riuscirà a tornare autonomamente sui mercati dei capitali nel 2012, come invece illusoriamente previsto all’inizio del salvataggio, si pone ora il problema delle scadenze dei prossimi due anni, e di come reperire altri 30-50 miliardi di euro per coprire deficit aggiuntivo, in attesa dell’entrata a regime dello European Stability Mechanism (ESM).

Partiamo dal presupposto che la Grecia è insolvente, che non appare in grado di tornare a breve alla solvibilità e che non può uscire dall’euro, perché una simile ipotesi non soltanto non è contemplata dai trattati europei (questo sarebbe comunque un ostacolo superabile), ma tecnicamente non appare fattibile. L’uscita dalla moneta unica non è praticabile perché lo stesso avvio delle procedure di ridenominazione causerebbe una corsa agli sportelli ed un deflusso di capitali che affonderebbero il sistema bancario del paese coinvolto. Se anche l’operazione venisse improbabilmente svolta nel cuore della notte, con blocco dei depositi bancari e ridefinizione dei contratti espressi in euro, la nuova valuta verrebbe rapidamente travolta sul mercato dei cambi, causando un crollo del Pil del paese interessato e sommovimenti sociali devastanti, che porterebbero rapidamente ad una distruttiva spirale prezzi-salari.

Né vale l’obiezione, più volte formulata in questo periodo, che l’operazione potrebbe essere svolta con modalità simili a quelle seguite anni addietro dall’Argentina, con l’operazione corralito. L’Argentina disponeva di una propria valuta nazionale, agganciata al dollaro statunitense con un currency board non più sostenibile. Quello che venne fatto dal governo di Buenos Aires fu semplicemente di rimuovere la parità col dollaro, lasciando il peso libero di fluttuare.

Che accadrà, quindi, alla Grecia, lavorando entro lo scenario obbligato di permanenza nell’euro? L’ipotesi del reprofiling altro non è che una ristrutturazione del debito. A tutto il 2014 la Grecia dovrà rimborsare titoli di stato per circa 110 miliardi di euro. L’idea è quella di rinnovare questi importi (maggiorati del nuovo deficit nel frattempo formatosi) su scadenze molto lontane, dando al paese più tempo per il risanamento. Ma questa operazione non potrà essere fatta dalle banche private, che subirebbero un effetto domino di perdite rovinose. Come fare, quindi? E soprattutto, chi dovrà sacrificarsi?

Il come fare poggia sul prolungamento delle scadenze, con eventuale aggiunta di una lieve riduzione del tasso d’interesse pagato, ed escludendo l’ipotesi dell’haircut, cioè della decurtazione del valore di rimborso. In altri termini, un prestito a due anni per 100 euro potrebbe diventare un prestito a 10 anni, ma continuare a rimborsare i 100 euro. Chiedere ai detentori di titoli di stato greci di accettare una simile ristrutturazione equivale ad un default, anche se l’operazione si svolgesse su base più o meno “volontaria”, che tecnicamente non farebbe scattare i regolamenti dei credit default swap, le “polizze d’assicurazione” contro l’insolvenza, ma l’esito non cambierebbe.

Andando per esclusione, quindi, aumentano le probabilità che il peso della ristrutturazione venga sopportato da Unione europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca centrale europea, che dovrebbero accettare un allungamento delle scadenze di recupero dei propri crediti. Il nuovo pacchetto di salvataggio, quindi, si realizzerebbe con l’ulteriore riscadenziamento dei debiti non privati in scadenza e con nuove erogazioni per 30-50 miliardi di euro, eventualmente garantite da un piano di privatizzazioni greche per importo equivalente. L’ipotesi di un allungamento delle scadenze trova la vibrante opposizione del presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, che vede nell’operazione la certezza di un immobilizzo degli acquisti di titoli di stato greci compiuti nell’ultimo, peraltro con finalità mai davvero esplicitate. Trichet ha minacciato, in caso di ristrutturazione, di non accettare più titoli di stato greci a garanzia di operazioni di finanziamento con la Bce, circostanza che accadrebbe a causa del declassamento del rating greco sotto la soglia minima accettabile per tali operazioni.

Fuori dalle tecnicalità, appare chiaro che i leader europei sono in un angolo, che tutte queste “soluzioni” sono semplicemente modi per prendere tempo a difesa delle banche private, che non reggerebbero una ristrutturazione. Nei fatti, il debito greco (ma anche quello irlandese e verosimilmente quello portoghese) continuerà ad essere ristrutturato per via “istituzionale”, cioè fuori mercato, fino al momento del default sovrano, che accadrà solo quando le banche saranno riuscite ad ammortizzarne le perdite. Ancora una volta, fondi pubblici proteggeranno crediti privati. La storia continua a ripetersi.

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