Come si dice subprime in Cina

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi, la People’s Bank of China ha portato al 20 per cento il coefficiente di riserva obbligatoria, cioè la quota di incremento dei depositi che le banche commerciali devono versare alla banca centrale. Ma queste manovre di apparente stretta monetaria, che si affiancano a quella amministrativa di razionamento del credito, si stanno dimostrando poco più che una finzione, perché i debitori riescono agevolmente ad aggirare le restrizioni, con la benevola negligenza delle autorità di un paese che sembra inesorabilmente destinato a vedere giungere al pettine i nodi delle contraddizioni della propria tumultuosa crescita.

Accanto ad un sistema finanziario pesantemente regolamentato, dove il tasso di remunerazione dei depositi e quello degli impieghi sono decisi centralmente, opera infatti un sistema parallelo, che disintermedia il sistema bancario ufficiale. Sempre più imprenditori, infatti, ricorrono a istituzioni finanziarie di Hong Kong per finanziarsi attraverso l’emissione di obbligazioni, che finiscono nel portafoglio delle famiglie cinesi più facoltose, dietro lo schermo di fiduciarie che servono anche allo sviluppo di operazioni immobiliari. Il tutto con l’intervento attivo delle autorità politiche locali, che dalla cessione di terreni ai privati traggono gran parte delle risorse fiscali (oltre spesso ad arricchirsi illecitamente).

Il tentativo della banca centrale di combattere l’inflazione si scontra quindi con il sistema bancario ombra, che trae alimentazione al dettaglio anche da una pratica (minjian jeidai), che consente alle aziende di indebitarsi a breve termine da famiglie benestanti, attraverso l’azione di broker estemporanei muniti di telefono cellulare, veri e propri pusher creditizi. I tassi sono molto alti, arrivando fino al 20-30 per cento, perché scontano il fatto che tale pratica è illegale. Si stima che i finanziamenti erogati attraverso tale forma di intermediazione possano rappresentare, in alcune zone, sino a un decimo del flusso creditizio totale.

In Cina la politica monetaria pesa molto di più rispetto ad altri paesi sviluppati, perché l’allocazione di capitali resta formalmente riservata allo stato. Come detto, i tassi, attivi e passivi sono determinati centralmente, e la possibilità di scostarsi da essi è molto ridotta. Il tasso ufficiale sui depositi, ad esempio, è sistematicamente inferiore a quello d’inflazione, spingendo le famiglie a trovare impieghi alternativi al risparmio bancario, che a loro volta alimentano squilibri e distorsioni nell’allocazione dei fondi. Stante il regime di razionamento amministrativo del credito, le banche preferiscono prestare alle grandi imprese statali, sia per ottenere meriti politici che per poter fruire della garanzia implicita sui rimborsi. Prestare ai privati, in assenza della possibilità di prezzarne il merito di credito, finisce con l’essere più rischioso del dovuto. Per ovviare a questo problema il governo ha autorizzato gli assicuratori del credito, che dovrebbero risarcire le banche in caso di insolvenza del debitore principale, ma queste finanziarie sono molto spesso già tecnicamente insolventi perché fortemente sottocapitalizzate rispetto al volume di garanzie prestate.

Alcune imprese, per accedere ai finanziamenti, offrono alle banche una garanzia rappresenta da materie prime, soprattutto rame, che sono divenute così una riserva di valore. Vi è motivo di ritenere che le grandi correnti di acquisto di questo metallo sui mercati internazionali, da parte cinese, non derivino esclusivamente da finalità di costruzione, ma anche per costituire tali garanzie all’ottenimento di credito. E’ facile immaginare cosa potrebbe accadere in caso di ribasso dei corsi del rame: richiesta di margini di reintegro di garanzia da parte delle banche, vendite forzose da parte dei debitori, spirale distruttiva sui prezzi.

Tra le altre anomalie del mercato ufficiale dei capitali cinese vi è il fatto che costruttori e sviluppatori immobiliari non possono indebitarsi con le banche fin quando non posseggono i terreni, e sono quindi costretti a cercare fondi altrove. Da queste distorsioni deriva il proliferare di forme atipiche ed alternative di credito e l’accumulazione di rischi finanziari che sono molto differenti da quelli che hanno messo in ginocchio il sistema bancario americano, visto che in Cina gli immobili vengono acquistati con anticipi molto elevati, ed il finanziamento copre quindi una parte relativamente bassa del costo d’acquisto.

E’ la rivincita del mercato su un’economia dai tratti ibridi e a volte mostruosi, dove si costruiscono intere città e centri commerciali che poi restano deserti perché troppo costosi, mentre la popolazione delle grandi conurbazioni urbane, costretta a densità abitative proibitive, sta diventando sempre più insofferente. Alcuni giungono a definire la casa di abitazione come un “diritto umano di base”, con tutte le conseguenze politiche che ciò potenzialmente implica. Per questo nel nuovo piano quinquennale elaborato dal partito, e che prevede più qualità che quantità della crescita, vi saranno interventi di edilizia popolare ed a prezzi calmierati. Ma gli squilibri cinesi, lungi dal ridursi, si accumulano.

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