La politica alla prova della realtà economica

di Mario Seminerio – Libertiamo

Il grafico qui sotto, realizzato dal think tank no-profit statunitense Economic Policy Institute (dichiaratamente vocato a rappresentare nella politica economica gli interessi dei lavoratori a reddito medio e basso), rappresenta il tema con cui la politica, negli Stati Uniti ed in Occidente, dovrà misurarsi oggi e nei prossimi anni.

In esso si vede che la crisi ha causato una perdita di occupazione che può tranquillamente essere definita epocale, mentre l’aggregato degli utili aziendali ha goduto di una vera e propria ripresa a forma di V, superando il livello immediatamente precedente la crisi.

Occorre premettere che, metodologicamente, il dato degli utili aziendali aggregati è piuttosto grezzo: in primo luogo, è una grandezza nominale; poi assomma banche ed imprese manifatturiere, piccole imprese locali e grandi multinazionali. Realtà eterogenee la cui performance in termini di profittabilità è fortemente differenziata, nella realtà americana e non solo. Ma anche con questi caveat, la questione politica resta intatta: le imprese stanno mediamente assai meglio dei lavoratori. Questo era tuttavia vero anche prima della crisi, osservando la tendenza della distribuzione della torta del valore aggiunto tra capitale e lavoro, cioè tra utili e stipendi/salari.

Prima della crisi, in un contesto di pressoché piena occupazione, il problema è rimasto sottotraccia. Oggi, su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo una situazione completamente diversa: un sistema economico che pare non essere in grado di produrre occupazione in modo sostenuto, neppure nel momento di “presunta” uscita dalla crisi, come dovrebbe essere l’attuale. Ma non vi è più solo il dualismo tra capitale e lavoro: le grandi banche e le istituzioni finanziarie globali escono dalla crisi (di cui peraltro sono state il catalizzatore) con un accresciuto potere di mercato e di generazione di utili; accanto ad esse, è ripresa la crescita dei grandi corporate globalizzati, soprattutto quelli attivi sui mercati emergenti e nella produzione di beni capitali e materie prime. Abbiamo, per contro, un ampio strato di piccole e medie imprese che stanno soffrendo per il combinato disposto dell’irrisolto problema del razionamento del credito e per la concorrenza delle omologhe imprese dei paesi emergenti.

Non è inoltre pensabile che i sistemi di welfare possano compensare indefinitamente il mancato riassorbimento del “buco” di occupazione creato dalla crisi. Negli Stati Uniti, il sondaggio JOLTS (Job Openings and Labour Turnover Survey) evidenzia che, mentre il tasso di “separazioni” tra imprese e lavoratori (frutto di licenziamenti e dimissioni) si è ormai stabilizzato, le “aperture” di posti di lavoro (cioè la domanda di lavoro da parte delle imprese) restano in numero storicamente depresso e del tutto incompatibile con quella che viene considerata una fase di ripresa. Vi è motivo per ritenere che problemi analoghi siano presenti anche in altri paesi occidentali, non solo negli Stati Uniti.

Il mancato riassorbimento della disoccupazione non sembra quindi decisivamente imputabile alla presenza di sussidi di disoccupazione protratti nel tempo, perché oggi domanda e offerta di lavoro appaiono in equilibrio su livelli di occupazione di molto inferiori rispetto ai precedenti cicli economici. Conferma a questa tesi giunge da un paper dello scorso aprile della Federal Reserve di San Francisco. Un numero crescente di lavoratori, negli Stati Uniti, stanno vivendo l’incubo della disoccupazione di lungo periodo e della distruzione del proprio capitale umano. Qualcosa che noi italiani conosciamo bene, ma che sembrava impensabile in un’economia come quella americana, incomparabilmente più flessibile della nostra.

In questo quadro di marcate “anomalie” storiche, anche gli orientamenti dell’elettorato sono destinati a mutare. La scomparsa del welfare o il suo forte ridimensionamento a pressione fiscale invariata o crescente, (a causa dalla crisi fiscale dello stato occidentale), rischia di minare dalle fondamenta il contratto sociale formatosi nel Novecento. Mentre l’invariabile prosperità di banche ed imprese globali rischia di innescare movimenti di opinione populistici, ove non propriamente anti-capitalistici. In alcune realtà, come quella italiana, in cui la corporativizzazione dei rapporti economici tocca da sempre livelli patologici, frenando crescita e produzione di risorse fiscali, questo processo anti-politico e anti-sistema potrebbe affiorare prima che altrove. Con una classe politica (e più in generale, una classe dirigente) così oligarchizzata ed incapace di comprendere ciò che accade fuori dal proprio ristrettissimo orizzonte, ci sono motivi di acuta inquietudine.

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