La politica estera del rating

di Mario Seminerio

E’ di ieri la notizia che l’agenzia di rating cinese Dagong Global Credit Rating ha assegnato le pagelle del merito di credito ai principali emittenti sovrani globali. L’agenzia ha negato il massimo rating a Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania, quest’ultima posta sullo stesso merito di credito di Pechino. Al di là della metodologia utilizzata, che pare essere centrata soprattutto sulla capacità di produrre crescita, il significato dell’iniziativa pare piuttosto trasparente: la Cina è un investitore globale, pur se al momento con enorme esposizione al dollaro statunitense.

La necessità di tutelare i propri investimenti dal rischio di indisciplina fiscale degli emittenti sovrani spinge Pechino ad utilizzare varie forme di moral suasion, sotto forma di pubbliche prese di posizione da parte dei vertici del partito, della banca centrale e di altre agenzie governative. L’attività di Dagong serve proprio a questo: poiché pare difficile immaginare che l’agenzia sia privata come lo sono Moody’s, S&P e Fitch, ecco che il ruolo della disseminazione di informazioni sul rating diventa un modo per inviare messaggi, raccomandazioni ed ammonimenti ai debitori sovrani globali. Questo è il modello a cui paiono ispirarsi le cancellerie europee (Merkel e Sarkozy su tutti, con qualche pericolosa fascinazione anche a casa nostra), ed è nei fatti uno strumento di politica estera, oltre che un supporto all’attività d’investimento sovrano cinese.

Immaginate cosa potrebbe accadere sui mercati il giorno in cui Dagong minacciasse il declassamento del debito sovrano americano (magari al termine di un processo di progressivo disinvestimento dei propri investimenti in Treasuries), per tentare di forzare la Casa Bianca a maggior rigore fiscale, o come strumento negoziale contro il rischio (ad oggi comunque remoto, checché se ne pensi) di essere formalmente accusata di manipolazione valutaria. Oppure nell’ipotesi di upgrade di qualche altro emittente, magari dopo averne incettato il debito. L’idea di base è quella di fare front running, cioè precostituire (o smontare) posizioni prima di un annuncio che servirà a muovere i mercati nella direzione voluta. Queste appaiono essere le due principali funzioni di Dagong, strettamente interrelate: politica estera ed asset management.

Si attende quindi di valutare la capacità di queste strutture di essere realmente market mover, cioè di muovere mercati che in questo periodo sono comunque particolarmente sensibili ai rischi legati al rinnovo di imponenti volumi di debito pubblico in scadenza, pur considerando che sono stati gli stessi cinesi ad essersi messi all’angolo, continuando ad accumulare riserve in dollari in conseguenza di un peg molto rigido al biglietto verde. Ma va da sé che la credibilità sui mercati di un’agenzia di rating emanazione del potere politico che guida il paese è destinata ad essere piuttosto elevata, a prescindere dalla robustezza delle metodologie utilizzate.

Con questa operazione la Cina fornisce un ulteriore esempio del proprio modello ibrido di capitalismo economico e finanziario, in cui la replica di strutture occidentali “di mercato” (come nel caso di agenzie di rating), ma a stretto controllo pubblico, viene messa al servizio degli obiettivi strategici del paese, sempre più protagonista sul palcoscenico globale, politico e diplomatico.

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