Israele e Arabia Saudita…contro l’Iran

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

La notizia, se solo minimamente vera, è di quelle che bucano lo schermo. A quanto pare, l‘Arabia Saudita avrebbe concesso il proprio spazio aereo ad Israele, per permettere a quest’ultimo portare a termine un eventual attacco militare contro i siti nucleari iraniani.

Il dato è importante, per una serie di motivi. In primo luogo, studi discretamente recenti suggeriscono che Israele sia in grado di portare a termine con successo un raid sui siti nucleari iraniani. Il problema non è dunque tecnico/tecnologico, ma logistico: per attaccare l’Iran, le forze armate israeliane devono attraversare lo spazio aereo di altri paesi. Vi sono tre opzioni: attraversare Iraq, Turchia oppure Arabia Saudita. Passare sull’Iraq significa avere l’autorizzazione americana. Qualsiasi amministrazione americana vorrebbe evitare però di essere considerata responsabile di un’operazione tanto controversa dal punto di vista diplomatico. L’opzione della Turchia, dati gli sviluppi recenti, appare molto remota, se non decisamente inverosimile. L’apertura dell’Arabia Saudita, se effettiva, offrirebbe una nuova opzione, molto vantaggiosa sotto molti punti di vista, quello politico prima di tutto.

Questa notizia, se confermata, è importante perchè solleva molti dubbi su quanto è stato scritto da vari commentatori politici e analisti negli ultimi anni a proposito dei paesi islamici, e conferma la malleabilità della politica di alleanze in Medio Oriente. Come ripetiamo ormai da anni (solo a dirlo fa impressione: almeno dal 2005), il problema del nucleare iraniano è un falso problema. Un Iran nucleare non rappresenta, per sè, una minaccia per nessuno. Esso rappresenta un problema, ma un problema ben diverso da quello generalmente dipinto. In primo luogo, il nucleare iraniano favorirebbe quello che in studi strategici si chiama “stability-instability paradox”. Le armi nucleari aumentano la stabilità tra gli stati, ma favoriscono (come è evidente nel conflitto indo-pakistano) lo sviluppo di conflitti asimmetrici. Nel caso in questione, un Iran dotato di armi nucleari sarebbe verosimilmente ancora più generoso nel suo supporto per Hamas e Hezbollah. Epilogo che Israele è chiaramente intenzionato ad evitare. In secondo luogo, le armi nucleari danno maggiore influenza regionale e capacità negoziale agli stati che le possiedono. Anche questo un risultato che Israele (così come gli Stati Arabi) vuole impedire.

Gerusalemme, dunque, non teme tanto l’Olocausto nucleare: anche gli israeliani sanno che questa tesi è assolutamente priva di senso (come ammesso da esponenti di primo piano dell’IDF; si veda a proposito il libro di Trita Parsi). Il vero timore è di perdere le deboli redini della politica mediorientale. Ovviamente se l’Iran dovesse costruire delle armi nucleari, Israele non sarebbe l’unico Paese ad indispettirsi. Nel bazar delle amicizie e alleanze in Medio Oriente si può sempre trovare qualcuno pronto a fare affari. Egitto, Arabia Saudita e Turchia sono tra i Paesi che vedrebbero maggiormente la propria influenza eclissarsi con un Iran nucleare. La Turchia al momento ha un’altra agenda. L’Egitto è occupato con le sue crisi interne. L’Arabia Saudita, a quanto pare, può però fare il suo piccolo patto faustiano.

Quest’ultimo punto sembra però rilevante ancora per un’altra ragione. Da anni, oramai, sentiamo ripetere che il problema del nucleare iraniano non è rappresentato dallo sviluppo di armi nucleari per sè, ma dal tipo regime. Precisamente, il regime teocratico e autoritario iraniano sarebbe irrazionale e quindi, di suo, una minaccia per la stabilità regionale e quindi mondiale. Questo patto implicito tra Israele e Arabia Saudita dimostra l’assurdità dell’affermazione. L’Arabia Saudita è un regime molto più autoritario dell’Iran, dove il rispetto dei diritti umani è molto più precario e dove gli standard democratici sono praticamente inesistenti. Inoltre, da un punto di vista religioso, l’Arabia Saudita è un regime ancora più chiuso di quello iraniano. Ciononostante, sembra che ciò non impedisca a Riyadh di raggiungere conclusioni molto razionali e decisamente simili a quelle usate nella storia dai paesi occidentali, democratici e cristiani: il nemico del mio nemico è un mio amico.

Ovviamente, quanto scritto non significa che si debba favorire o anche solo permettere all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Questa notizia, se confermata, suggerisce però almeno due conclusioni. In primo luogo, sarebbe ora di cestinare tutta la retorica propagandistica sui paesi musulmani che vuole questi ultimi come schegge impazzite guidate solo dall’odio per l’occidente . Il caso Saudita dimostra chiaramente che non è questo il caso: il timore di un Iran nucleare sembra aver messo la retorica anti-israeliana in secondo piano. In secondo luogo, quanto scritto richiede di ripensare il ruolo dei fattori “strutturali” in politica internazionale. Così come l’Arabia Saudita è disposta a posizionarsi dalla parte di Israele per via di una minaccia alla sua influenza regionale; non è bizzarro pensare che una politica volta a mitigare, invece di accrescere, l’insicurezza iraniana possa portare a maggiori risultati di quelli fin’ora ottenuti.

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