La fabbrica della deflazione

di Mario Seminerio

Nel mese di gennaio l’indice dei prezzi al consumo statunitensi è cresciuto dello 0,2 per cento, contro attese per un incremento dello 0,3 per cento. Il dato di rilievo è che, escludendo le componenti volatili di energia ed alimentari (il cosiddetto indice core), i prezzi sono diminuiti nel mese dello 0,1 per cento (per la prima volta dal 1982), contro attese per un aumento dello 0,1 per cento. E’ vero che un singolo dato non è rappresentativo di una tendenza, ma è importante osservare che nel mese si è avuto un ribasso dello 0,5 per cento alla voce shelter, che indica abitazioni in senso lato, ed include tariffe alberghiere ma soprattutto affitti, sia quelli effettivamente pagati dagli inquilini, che quelli figurativi per i proprietari (owner’s equivalent rent).

Il dato di fondo è che gli affitti stanno scendendo, a causa della crisi, dell’eccesso di abitazioni presenti sul mercato, della conversione da venditori a locatori di alcuni proprietari (inclusi i costruttori). Poiché gli affitti hanno un peso elevato sul paniere dei prezzi al consumo (addirittura il 40 per cento sull’indice core), ecco che si esercita una pressione disinflazionistica sull’economia. A cui si aggiunge l’insufficiente sviluppo dei redditi personali, causato dalle pessime condizioni del mercato del lavoro. E’ poi significativo che nel mese di gennaio, quello delle tradizionali revisioni dei listini, i prezzi delle auto nuove siano calati dello 0,5 per cento, quando invece abitualmente in questo mese si verificano aumenti. La somma di queste tessere ci dà un quadro di pressione deflazionistica complessiva, indirettamente riscontrata nell’andamento degli aggregati monetari e creditizi. Da inizio anno, infatti, il credito bancario statunitense si è contratto del 16 per cento su base annualizzata. Nel frattempo il moltiplicatore monetario resta cocciutamente sotto l’unità, proseguendo una tendenza che l’eccezionale espansione monetaria gestita dalla Fed neppure ha scalfito.

La sintesi è presto fatta: ogni ipotesi di stretta monetaria, in questo momento, equivarrebbe ad un suicidio. Siamo saldamente entro un paradigma di deleveraging, cioè di riduzione del debito, i sistemi bancari sono e restano “rotti”, la probabilità che le economie occidentali sviluppate siano finite dentro un “decennio perduto” alla giapponese cresce ogni settimana che passa.

P.S. Immaginiamo  le obiezioni allo scenario disinflazionistico/deflazionistico qui disegnato: sarebbe sconfessato dal forte rialzo dell’indice dei prezzi alla produzione in gennaio. In realtà, non c’è alcuna contraddizione: semplicemente, le imprese in questo scenario restano condannate a non riuscire a traslare a valle i maggiori costi degli input. Mancano, cioè, di pricing power, e dai rialzi dei prezzi alla produzione subiscono soprattutto una compressione tendenziale dei margini. Aggiungete la dinamica di rafforzamento del dollaro, che pare destinata a restare con noi per non breve periodo, viste anche le problematiche europee, ed avrete l’equivalente di una stretta monetaria sul dollaro, destinata a frustrare l’aspirazione di Barack Obama a veder sviluppare l’export americano. L’anticamera di nuove iniziative protezionistiche?

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