Un attacco israeliano contro l’Iran?

di Andrea Gilli

Andiamo con ordine. L’Iran perde il suo unico AWACS. Poi svela lo sviluppo di un nuovo sito nucleare. Infine testa nuovi missili Shahab.

Secondo Anthony H. Cordesman, Israele non solo dovrebbe iniziare a ragionare sul se attaccare ma anche sul come.

Prima di ragionare sulla questione è necessario soffermarci su due punti. In primo luogo, le considerazioni che facevamo nel lontano 2005 sembrano ancora valide: un attacco non sarebbe avvenuto a breve perché tatticamente difficile e strategicamente inefficace.* In secondo luogo un attacco, tecnicamente, sarebbe possibile – almeno con le tecnologie del 2007.

Proprio l’intersezione di queste due considerazioni ci porta al prossimo passo logico: quanto ci guadagnerebbe l’Iran da un attacco Israeliano?

Poiché la distruzione di tutti i siti pare quanto mai impossibile, le capacità nucleari iraniane non sembrano destinate ad essere intaccate in maniera sconvolgente – soprattutto se si pensa che dell’ultimo sito, i servizi occidentali ne erano a conoscenza solo da pochi mesi. Ciò suggerisce fortemente che altri siti rimangano nascosti proprio per dimezzare l’efficacia di un possibile attacco israeliano.

In secondo luogo, ciò giustificherebbe ulteriormente la politica aggressiva iraniana. Di fronte ad un attacco, il Paese avrebbe un buon gioco ad ergersi vittima del Grande e del Piccolo Satana e quindi ottenere supporto politico, diplomatico e anche militare in giro per il mondo.

In terzo luogo, la questione iraniana interna potrebbe essere risolta “definitivamente”. La società iraniana è in una fase di dissesto. Di sicuro, le manifestazioni dei mesi passati (e che prendono piede ancora in questi giorni) rappresentano una pressante minaccia alle elite al potere. Un attacco esterno rappresenterebbe la migliore occasione per dare un colpo definitivo a questa minaccia.

* articolo non più disponibile online, al tempo apparso sul sito http://www.ideazione.com.

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