Buon Compleanno Mao: 60 anni dopo, di sicuro la sua rivoluzione non ha perso

di Andrea Gilli

Domani, la rivoluzione comunista cinese compie sessant’anni. Al tempo del quarantesimo compleanno, il Muro di Berlino crollava, e a Tien-an-Men prendeva piede una drammatica repressione: era difficile allora vedere il comunismo maoista tra i vincenti della storia. Nel 1999, al cinquantesimo compleanno, eravamo nell’era di internet, della globalizzazione e del libero mercato. La Cina appariva a metà tra uno scherzo e un errore della storia.

Sono passati solo dieci anni. E la nostra percezione dei fatti sembra essere completamente cambiata. Se il modello cinese non può sicuramente essere annoverato tra i vincenti (per via del suo mancato rispetto dei diritti umani, per i suoi standard politici, etc.). Allo stesso modo, esso non può essere considerato tra i perdenti. A sessant’anni dalla rivoluzione bolscevica, l’URSS se non era al tracollo vi era davvero vicina. A sessant’anni dalla rivoluzione moista, lo stesso non si può dire per la Cina comunista.

Il modello cinese, più che essere uno sbaglio della storia, sembra invece dimostrare la straordinaria capacità adattiva da parte del PCC. Più che essere il partito a piegarsi al capitalismo, è stato il infatti capitalismo, e soprattutto la società aperta che esso dovrebbe portare, a piegarsi al partito.

L’implicazione principale di questa evoluzione è che Popper, purtroppo, aveva torto. Il capitalismo non porta necessariamente la libertà e la democrazia. Invece, le sue invenzioni possono essere usate abilmente per sopprimere ulteriormente i fermenti democratici.

Il liberalismo ne esce male anche quando si guarda alla politica estera cinese: l’ingresso nel WTO di Pechino non ha reso più pacifica la Cina. Piuttosto ha solo permesso un rafforzamento industriale del Paese, che ora attende scrupolosamente di usare il suo potenziale, specie a livello militare.

La crescita cinese, inoltre, sta portando ad un cambiamento strutturale del sistema internazionale: la politica internazionale di domani si giocherà sempre più a livello regionale. E la Cina si prepara a dominare l’Asia. Parallelamente, la Cina sta giocando su diversi piani (Medio Oriente, Africa, America Latina) per assicurarsi clienti e forniture energetiche, sempre più essenziali per la sua crescita economica.

Infine, l’economia mondiale si regge sull’enorme credito che la Cina vanta verso il Tesoro americano. La tenuta del capitalismo internazionale si regge quindi su uno dei pochi Paesi ancora comunisti. Più che suggerire la superiorità di modelli alternativi, ciò suggerisce quanto l’efficienza economica possa essere piegata (almeno nel medio termine) alla volontà della politica quando quest’ultima è in grado, con le buone o con le cattive, di imporne i costi sui suoi cittadini.

La Cina comunista compie sessant’anni, e più che indebolita sembra sempre più forte. Questo, in fin dei conti, è il punto sul quale dobbiamo davvero ragionare.

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