Sui disordini in Cina: l’inevitabilità di maggiore apertura politica?

di Andrea e Mauro Gilli

“Il forte non è mai abbastanza forte da poter comandare a meno che non trasformi la sua forza in diritto, e l’obbedienza in dovere” – J.J. Rousseau

“Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che essere amati” – N. Machiavelli

A proposito della dicotomia tra imposizione dell’ordine con la forza e il suo raggiungimento tramite il consenso (che permette a sua volta a chi comanda di godere di un concetto tanto astratto quanto importante, la legittimità), così si esprimevano rispettivamente due dei più importanti filosofi e studiosi di problemi sociali occidentali, Jean-Jacques Rousseau e Nicolò Machiavelli. Questa dicotomia oggi sembra quanto mai evidente relativamente ai recenti disordini in Cina. Oggi è la rivolta degli uighuri nella regione dello Xinjiang. Lo scorso anno erano i tibetani. Alcuni anni fa erano i contadini che si opponevano allo sfollamento voluto dal governo per costruire la diga delle Tre Gole.

Quale sarà il futuro di questo gigante economico, le cui fondamenta – la legittimità di cui gode il regime tra la popolazione – sembrano per alcuni versi di argilla? La domanda non è retorica, né tanto meno viziata da giudizi morali. In Xinjiang, il governo cinese deve usare il pugno di ferro per reprimere la protesta e impedire che possa dilagare. Ciò è tutt’altro che difficile da comprendere: se la protesta sale, l’ordine crolla e la stabilità del regime viene messa a repentaglio. La domanda che rimane senza risposta è se questa politica di repressione possa funzionare nel lungo periodo. Cioè se essa possa garantire la stabilità interna di cui la Cina ha bisogno.

Azzardare previsioni è difficile e soprattutto rischioso. Proviamo però a farne alcune, semplici ma precise. Prima è però opportuno spiegare alcuni aspetti centrali nella scelta tra repressione e apertura.

Machiavelli in Cina

Le rivolte sociali sono una forma di azione collettiva. Per certi aspetti esse continuano fino a quando i singoli individui che vi prendono parte credono che tutti gli altri partecipanti continueranno a manifestare. Per essere più chiari, nessuna persona razionale, per quanto frustrata ed esasperata dalle condizioni economiche, sociali e politiche del suo paese, andrebbe mai in piazza a protestare da sola sapendo di andare incontro alla ritorsione e repressione del Governo – specialmente di uno come quello cinese. E’ necessaria la convinzione che un numero estremamente alto di persone si stia apprestando a scendere in piazza per risolvere questo problema (che è appunto un problema di azione collettiva). In quanto se ciò accade, per ogni singolo individuo scendere in piazza e protestare diventa meno rischioso. Qualsiasi governo, per quanto brutale, non può massacrare tutta la sua popolazione. Cosa può fare, invece, è colpire selettivamente e indiscriminatamente alcuni manifestanti, per scoraggiare così gli altri. L’assassinio di Neda, la ragazza iraniana le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, rientrava in questa logica. Lo stesso è vero oggi per la dichiarazione da parte di Pechino che per tutti i manifestanti ci sarà la pena di morte.

Questa politica del pugno di ferro, per quanto moralmente esecrabile, è facilmente comprensibile. In Iran come in Cina, come cento e duecento anni fa in Europa, i Governi hanno bisogno di mantenere l’ordine. Pena il loro crollo. Pechino non si può permettere di apparire anche solo minimamente debole nel sedare la rivolta. Il caos scoppierebbe in altre parti del Paese rendendo ulteriormente più difficile ristabilire la situazione. E’ per questo motivo che, riprendendo Machiavelli, un governo deve essere temuto, prima che amato.

Rousseau in Cina

Se la forza è la condizione necessaria per l’ordine, la legittimità è però la condizione necessaria per la stabilità. In altre parole, si può reprimere a suon di morte e terrore la propria popolazione per decenni ma questa politica, nel lungo termine, è destinata a fallire. Se la protesta, come abbiamo visto prima, è un problema di ordine collettivo, l’uso indiscriminato o comunque diffuso della violenza per garantire l’ordine porta ad una riduzione del valore marginale della vita degli individui: portando così questi ultimi a considerare meno sconveniente anche la proprio morte. Le guerre di guerriglia illustrano abbastanza bene questo pattern.

Lo sviluppo politico cinese

Alla luce di queste considerazioni, è possibile formulare una serie di riflessioni per quanto riguarda il futuro. In primo luogo, l’uso della forza continuerà ad essere contemplato massicciamente in Cina, almeno nel medio periodo. Rivolte come quelle in Xinjiang o in Tibet minano l’unità territoriale del Paese, la sua coesione sociale ed etnica interna e soprattutto la sua proiezione geopolitica. Una semplice mappa geografica rende l’idea di cosa significherebbe anche solo l’autonomia di queste due aree.

Ciò, dall’altra parte, suggerisce un futuro di tensione interna al Paese, almeno nel breve-medio periodo. Se infatti la forza sederà le violenze, il regime dovrà trovare un modo per rafforzare la sua legittimità. Due politiche sembrano destinate a prendere ulteriormente piede. Da una parte, la sinizzazione di Tibet e Xiangjiang. Si può obiettare sulla moralità di questa politica, ma è quanto storicamente hanno cercato di fare tutti gli Stati per prendersi le aree contese. Dall’altra parte, è facile pensare che il nazionalismo cinese possa dunque essere ulteriormente rinvigorito. Come molti studiosi hanno notato, a partire dagli anni Novanta, la Cina comunista è diventata sempre più cinese e sempre meno comunista. Ciò è servito infatti per dare una base alternativa di legittimità al regime.

In politica estera, ciò significa e implica la possibilità di comportamenti schizofrenici qualora questioni particolarmente delicate vengano portate in primo piano. Ciò vale per le relazioni con il Giappone, con la Corea del Sud, ma anche per le eventuali (reali o percepite) interferenze in Tibet o Xinjiang. Se si ha a cuore la sorte degli uiguri, protestare massicciamente contro la Cina può non essere dunque la soluzione più appropriata, in quanto ciò rischia di radicalizzare ulteriormente l’opinione pubblica cinese e dunque chiamare direttamente un più duro intervento del governo.

Infine, è opportuno riflettere  sulle possibilità di maggiore apertura da parte politica in Cina. Se nel breve periodo il regime Cinese deve dunque seguire il suggerimento di Machiavelli, è chiaro che nel lungo periodo ciò sarà sempre più difficile. E’ a Rousseau, in altre parole, che bisognerà guardare. La forza economica della Cina proviene dal suo settore privato, che è destinato a crescere ulteriormente negli anni a venire – una evoluzione che le stesse autorità cinese vogliono favorire. Con la crescita economica, cresceranno anche le richieste di maggiore autonomia e libertà da parte della società civile. Quando le richieste di maggiore autonomia e libertà verranno non da regioni come il Tibet e lo Xijiang, le quali, per via della loro storia, rappresentano una minaccia per l’unità territoriale cinese; ma da parte di quella parte della società che rappresenta il motore economico della nazione, il regime non potrà più usare la forza. Ciò non deve fare illudere nè sulla tempistica, nè sulla portata di questo cambiamento. Esso sarà lento e limitato, non ci sono dubbi. Ma nel lungo periodo, ci sono ragioni per credere che anche il regime Cinese sarà costretto a concedere maggiori libertà e apertura politica.

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