Le divergenze fiscali minacciano il futuro europeo

di Mario Seminerio

Il 6 luglio scorso la Direzione Generale Economia e Finanza della Commissione Europea, guidata dal commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, ha pubblicato un documento, finalizzato alla preparazione delle ultime riunioni di Eurogruppo ed Ecofin prima della pausa estiva, in cui si segnala che ”La crisi ha annullato circa 20 anni di consolidamento delle finanze pubbliche in Europa”. Di conseguenza,

“Le finanze pubbliche dovranno essere riportate su un percorso di sostenibilità. Ciò è fondamentale per ancorare le aspettative ed evitare la prospettiva di un rigonfiamento del debito pubblico che rallenterebbe la ripresa, attraverso tassi di interesse più elevati, aumenti dei risparmi privati per anticipare il futuro aumento delle tasse, riduzione dei livelli della spesa pubblica”.

Nel documento si sottolinea inoltre come, sul fronte della ripresa, lo scenario più probabile è quello di un potenziale di crescita che non tornerà ai livelli pre-crisi, soprattutto se proseguiranno i problemi sul fronte finanziario. ”La crisi – si legge nel documento – ha già portato ad una significativa perdita nella produzione. E visto il prevalere di una considerevole incertezza, questa perdita permanente potrebbe
essere dell’ordine del 5% del Pil”.

A fronte di questo scenario di crisi fiscale, i due maggiori paesi dell’Unione europea sembrano aver adottato un approccio antitetico: due settimane fa il presidente francese, Nicolas Sarkozy, parlando a Versailles davanti al parlamento riunito in seduta comune, ha stigmatizzato la “politica del rigore”, che egli tende a identificare con l’aumento delle imposte, ed ha distinto un po’ scolasticamente tra deficit “cattivo”, frutto di non meglio precisati “sprechi”, e quello causato dalla recessione. Obiettivo deve essere l’azzeramento del primo, e l’utilizzo virtuoso del secondo. Per ottenere tale risultato Sarkozy ha annunciato l’identificazione, al termine di una “concertazione” che durerà tutta l’estate, di alcune grandi priorità strategiche per il futuro della Francia, per il cui finanziamento (anche considerato che il rapporto deficit-Pil francese sta approssimandosi al 7 per cento), il presidente pensa ad un prestito nazionale straordinario.

Dal momento del lancio dell’idea di Sarkozy, è iniziato nel paese un prevedibile dibattito su natura e la destinazione di questo indebitamento aggiuntivo, che secondo il premier François Fillon dovrebbe essere finalizzato allo sviluppo di biotecnologie, digitale, ecotecnologie, auto del futuro. Fillon è stato particolarmente attento a distinguere questo debito aggiuntivo da quello esistente. Il nuovo debito non dovrà essere una nuova manovra anticrisi, bensì qualcosa di completamente differente, una discontinuità epocale, proprio perché finalizzata a finanziare gli investimenti che dovrebbero innalzare la crescita francese di lungo periodo.

Ma si discute soprattutto dei termini del finanziamento aggiuntivo, ad esempio se debba trattarsi di un’”operazione patriottica”, cioè se il prestito debba essere emesso a tassi inferiori a quelli di mercato, idea che i francesi rigettano, almeno secondo i sondaggi. Anche se è sempre possibile (almeno formalmente) collocare il nuovo debito fuori dal perimetro dei sempre meno cogenti parametri di Maastricht (usando ad esempio la Caisse des Dépots et Consignations, che è l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti), questo dibattito francese, pur con le sue peculiarità, bene riassume la drammaticità delle scelte di finanza pubblica e sostegno alla congiuntura che i governi dovranno compiere.

Al nuovo orientamento francese, favorevole all’espansione fiscale, si contrappone per contro la recente idea tedesca di rendere costituzionalmente vincolante il pareggio di bilancio, di fatto indipendentemente dalla fase del ciclo economico. L’iniziativa tedesca, come quella francese non concertata con la Commissione Europea, appare molto rigida e problematica perché durante le fasi recessive (quelle in cui il deficit pubblico tende fisiologicamente ad aumentare) richiederebbe tagli di spesa e aumenti di entrate che produrrebbero un effetto pro-ciclico, aggravando la crisi.

Se le due posizioni nazionali saranno mantenute, possiamo attenderci la progressiva “cattura” del risparmio tedesco da parte del debito francese, forti tensioni entro l’Unione Europea e la riproposizione del paradigma sino-americano: un paese spende e consuma, l’altro risparmia ed investe il surplus commerciale in passività del paese-cicala.

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3 Comments

  1. Ho letto con interesse l’articolo ma considero inappropriato il titolo, che dovrebbe essere secondo me “Divergenti strategie di finanzia statale incrinano la coesione interna della UE”. Leggendo “differenze fiscali” mi aspettavo una discussione sui pro e contro di una politica centralista UE in materia di imposizione fiscale per evitare la concorrenza fiscale tra Stati (come ha proposto Mario Monti), una proposta che mi trova contrario. In materia di deficit invece spero che la Germania imponga vincoli severi e che non prevalga la cultura del deficit latina (e latino-americana…), ma temo prevarranno i latini. Anche i vincoli sul deficit sono una limitazione della concorrenza, ma ritengo non si tratti di “buona” concorrenza quella operata a colpi di extra-deficit statale.

  2. Alberto,
    concordo assolutamente col tuo titolo. Sono peraltro anch’io contrario ad una “armonizzazione fiscale” che si risolverebbe in limitazione della concorrenza fiscale, per consentire di sopravvivere ai paesi incapaci di ristrutturare la spesa pubblica.

    Sul deficit: la proposta tedesca è scioccamente pro-ciclica, e si risolverà in dannose strette fiscali durante le fasi recessive. Meglio sarebbe stato (ma forse si è ancora in tempo ad emendare la proposta originaria), a stabilire un target di pareggio di bilancio durante un intero ciclo economico. Diversamente, la divergenza tra Francia e Germania porterà alla fine della Ue, e non credo di essere profeta di sventura pensando questo.

  3. Le uniche manovre che possono risollevare l’economia in una recessione o in un rallentamento sono i tagli delle tasse e di conseguenze di spese.

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