C’è una soluzione all’immigrazione?

di Andrea Gilli

Nelle ultime settimane, l’Italia è stata investita da una nuova ondata di immigrazione clandestina. Per la prima volta, il Governo è però riuscito a respingere queste precarie imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo sistemando in Libia chi cercava un futuro migliore in Italia.

L’attenzione si è subito rivolta a questa nuova pratica dei respingimenti: confondendo non di rado legittimità, legalità, moralità e opportunità, il dibattito pubblico si è concentrato sulla scelta di operare questi respingimenti.

Non essendoci una reale alternativa, i commentatori più attenti hanno sottolineato come il Governo vada al massimo criticato per una ragione terza: non favorire lo sviluppo in Africa. L’unica reale soluzione alle migrazioni che ci stanno investendo.

Tra quelli (pochi) ad aver mosso tale rilievo vi è Michele Boldrin. Pur condividendo la sua analisi, abbiamo dei dubbi su quest’ultimo punto.

Proporre lo sviluppo economico come soluzione all’immigrazione clandestina cela due grossi problemi. Il primo è di ordine pratico: si può favorire la crescita economica, in Paesi terzi? Il secondo è di natura politica: davvero la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo sarebbe risk-free?

Ad occhio, sembra quasi tautologico dire che se l’Africa cresce economicamente, allora gli africani non saranno più costretti a venire in Europa per lavorare. In realtà l’affermazione è quanto mai problematica. Far crescere economicamente la Libia piuttosto che il Camerun, la Mauritania o lo Zambia significa, in primis, cambiare i rapporti di forza interni tra le varie forze politiche. Che il risultato finale sia a somma positiva ci fa sicuramente piacere. Farà meno piacere, invece, a chi da classe dominante verrà emarginato dalla contesa politica.

Favorire dunque la crescita economica in Africa e Medio Oriente è una lotta tutt’altro che semplice in quanto qualunque politica diretta in questa direzione verrà sistematicamente ostacolata dalle elite al momento al potere nei Paesi in oggetto – a meno che queste non vengano ampiamente ricompensate. Ma ciò, o non può succedere, o rischia di neutralizzare proprio gli effetti positivi che vogliamo favorire. Inoltre, questa politica, rischia di compromettere i nostri rapporti con questi Stati e, dunque, anche le nostre azioni volte a combattere l’immigrazione clandestina.

Per chi fosse poco convinto di queste asserzioni, offriamo un semplice esempio. I vari programmi volti allo sviluppo internazionale (Banca Mondiale, UNIDO, UNDP, etc.) continuano ad esistere per una semplice ragione: perchè finora non hanno prodotto alcun risultato significativo. Paesi quali Libia o Egitto, ma lo stesso vale per quasi tutta l’Africa, si basano su strutture economiche para-feudali. Ogni attività economica funziona in un sistema monopolistoco o, al massimo, oligopolistico che poi viene concesso ad alleati politici in cambio del loro sostegno al governo. Crescita economica signifa l’emergere di una nuova classe economica (e politica) o il rafforzamento di una già esistente, e quindi la rottura dei delicati rapporti politici interni. In altre parole, i primi a non volere lo sviluppo economico sono i Paesi che vorremmo far crescere.

Ammesso e non concesso che un barlume di sviluppo economico possa comunque realizzarsi, il nostro Paese dovrebbe poi confrontarsi con un altro problema – tutt’altro che secondario. Se le nostre politiche pro-sviluppo avessero successo, l’accresciuta forza negoziale di questi Paesi rischierebbe di danneggiarci non poco. Eliminare fame e povertà è sicuramente un obiettivo nobile. Purtroppo, quando un Paese cresce economicamente, esso cresce anche nei suoi obiettivi politici, nelle sue ambizioni e nelle sue rivendicazioni.

E’ singolare come, se oggi il dibattito sia volto all’ostruzione dei flussi migratori, solo pochi mesi fa, si parlava di Sovereign Wealth Funds e di come ostacolare il loro ingresso nelle nostre economie. Crescita economica dei Paesi del Terzo Mondo significa maggiore forza economica, a quindi politica, da parte loro – quindi intromissioni nei nostri affari ed, eventualmente, ricatti e minacce. Senza contare, poi, un secondo riflesso: se la Libia o l’Algeria iniziassero a consumare internamente solo parte delle risorse naturali (gas e petrolio) che ci vengono, il risultato immediato sarebbe un aumento dei prezzi di questi due beni: con conseguenze tutt’altro che positive per il nostro Paese e la nostra bilancia dei pagamenti.

Considerazioni analoghe vanno fatte su più campi. Si pensi alle loro rivendicazioni politiche sulla geopolitica medio-orientale.

In definitiva, se i rispingimenti sono l’unica soluzione di breve termine all’immigrazione clandestina, bisogna rendersi conto che nel lungo periodo le alternative sono ben poco soddisfacenti. O meglio, esse pongono anche delle pesanti contro-indicazioni. Dall’essere costantemente soggetti all’invasione di disperati possiamo infatti contrapporre solo una situazione che contempli minore forza politica e quindi autonomia in campo internazionale. Non esattamente una prospettiva attraente.

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One Reply to “C’è una soluzione all’immigrazione?”

  1. Bene, è la tesi di cui parlo e scrivo almeno dal 2005 (con un articolo su Ideazione rivista). Purtroppo la questione -da questa angolatura- conviene a pochi. Non agli organismi assistenziali, dall’Onu alle coop alle Caritas laiche e cattoliche. Non alle sinistre, che cercano forza lavoro – o carne da macello- che li voti. Non alla destra legata alla cultura sanzionatoria e basta. Etc etc…

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