Perché non si possono accettare le critiche dell’ONU

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

Nei giorni scorsi, l’alto commissariato per i rifugiati dell’ONU (UNHCR) ha accusato duramente il nostro paese per le sue azioni volte a contrastare l’immigrazione clandestina, e più precisamente i respingimenti in mare dei barconi provenienti dalle coste africane. il ministro della Difesa La Russa ha replicato affermando che l’agenzia in questione non conterebbe nulla. Mentre questo pseudo scontro diplomatico sembra affievolirsi, con il presente articolo, pur stigmatizzando le parole del ministro. vogliamo sottolineare come, in fondo, pur sbagliando nella forma, nella sostanza il Ministro ha centrato il punto.

Il primo problema dello scontro ONU-Italia è di natura politica e logistica. L’ONU, infatti, non ha responsabilità politica. Ad essere un po’ cinici, ma realistici, si può dire che sia è una sorta di Amnesty International con salari più alti per i suoi dipendenti e sedi più belle. L’ONU può permettersi di presentarsi come coscienza critica a livello internazionale, perchè non dovrà mai porsi il problema di come mettere in pratica concretamente le sue esortazioni, e, ancora più importante, perchè non risponde ad alcun elettorato. Non avendo alcun mandato rappresentativo, l’ONU può dunque permettersi di propugnare ricette moralistiche, in quanto gli eventuali costi di queste politiche saranno sobbarcati da altri.

L’immigrazione clandestina rappresenta un problema serio e di difficile soluzione. Quest’ultima è di carattere politico: ossia, viene decisa a livello domestico, nel nostro paese attraverso il metodo democratico. Le critiche dell’ONU non possono che essere interpretate secondo la vecchia logica del “armatevi e partite”. L’ONU critica, ma i costi e i rischi sono dell’Italia e degli italiani.

Per questo è certamente singolare che le critiche vengano rivolte all’Italia, Paese democratico, rispettoso della legge, della legalità e con impeccabili standard di rispetto dei diritti umani, mentre non una sola parola venga rivolta, in primis, contro tutti i Paesi che favoriscono i drammi umanitari che producono profughi e rifugiati. Detto in altri termini, l’ONU non è in grado di dire una parola contro il Darfur, la più grande macchina di rifugiati politici del momento. Ma è in grado di sollevare critiche all’Italia – obbligata ad accogliere non solo questi profughi, ma anche chi profugo non è – sempre secondo l’ONU.

Non vogliamo poi toccare lo spinoso tema dello sviluppo economico, che è alla radice delle migrazioni clandestine internazionali. Sarebbe interessante vedere come, dove, e soprattutto in che misura i vari programmi dell’ONU (UNIDO e UNDP) stiano davvero operando per lenire le sofferenze di queste popolazioni in disperata ricerca di una vita dignitosa. Spulciando nei bilanci dell’ONU, non vorremmo infatti venire a scoprire che questi programmi servano solo a riempire le ricche tasche di funzionari più o meno capaci e delle rispettive mogli.

Da questo punto di vista è utile ricordare a quanti sono ancora convinti dell’utilità di queste strutture che le sedi dell’ONU (e di tutte le sue agenzie: UNICEF, World Food Program, UNIDO; UNDP, etc) si trovano nelle più prestigiose città mondiali: Roma, New York, Ginevra, Vienna. Se l’ONU volesse davvero operare per migliorare le condizioni di vita di migliaia se non milioni di disperati, potrebbe trasferire i suoi quartieri generali da Roma a Kinshasa, da New York a Luanda, da Ginevra a Niamey. Con l’indotto prodotto dai ricchi stipendi dei funzionari ONU (ristoranti, alberghi, discoteche, taxi, etc), si potrebbe dare un contributo concreto ad alleviare le condizioni di vita di molti poveri. Di sicuro molto di più di quanto i Millenium Development Goals sono riusciti fin’ora ad ottenere.

Vi è, poi, un problema sostanziale. L’UNHCR è inflessibile sulla politica che l’Italia dovrebbe adottare verso le masse di migranti che vogliono sbarcare sulle nostre coste. Sarebbe interessante sapere – chiediamo retoricamente – quale sia la politica adottata dall’UNHCR per chi vuole visitare le sue strutture. Lo chiediamo retoricamente perché, non sappiamo se per nostra fortuna o sfortuna, abbiamo lavorato nei palazzi dell’ONU di Vienna e di New York: e la politica è quella più intransigente. Addirittura, recentemente, il Vienna International Center (la struttura che ospita alcune organizzazioni ONU a Vienna) ha installato una poderosa griglia all’ingresso che ricorda vagamente quella posta all’entrata della Green Zone di Baghdad. In altri termini, all’ONU non fanno entrare nessuno – con buona pace dei rifugiati politici.

Anche se ha li vago sapore populistico, suggeriamo poi un’immediata soluzione al problema degli sbarchi. I funzionari dell’UNHCR, che hanno così a cuore lo status dei profughi e dei rifugiati politici, potrebbero iniziare a rifiutare i loro enormi (ma forse bisognerebbe dire “imbarazzanti”) benefici a favore di queste masse. Ricordiamo, per esempio, oltre gli stipendi definiti ad un livello assolutamente fuori sa qualunque parametro di mercato (lo stipendio base parte infatti da 2.500 euro), le esenzioni IVA, IRPEF e, soprattutto, i benefits relativi ai familiari a carico – in cui sono incluse le spese scolastiche nel caso in cui i figli vadano a studiare all’estero (sì, se un funzionario ONU lavora a Vienna e, casualmente, suo figlio decide di andare a studiare a Stanford, il modico costo di 40.000 $ l’anno di retta scolastica viene sobbarcato dall’ONU).

Insomma, sono davvero accettabili le critiche di organizzazioni che, se a parole difendono i diritti dei rifugiati, nei fatti, sembrano molto più occupate a difendere i “diritti” dei loro dipendenti?

Un ultimo punto riguarda la portavoce italiana dell’UNHCR, Laura Boldrini. Capiamo che ella deve svolgere il suo lavoro. Non è bello, però, dover ricordare, che alle posizioni occupate nelle organizzazioni internazionali si arriva grazie al sostegno del proprio ministero degli Esteri. D’altronde, ogni posizione, dentro l’ONU, viene ricoperta attraverso la pratica (diciamo noi: altamente discriminatoria) della rappresentanza geografica – su cui, appunto, barattano i vari Stati. Che dunque la rappresentante italiana abbia lasciato trapelare queste accuse all’Italia senza prima esaminare a fondo la reale situazione lascia non poco perplessi – soprattutto alla luce che ella deve la sua posizione interamente allo Stato italiano.

Forse la questione si può chiudere con una semplice immagine. Ieri alcuni birmani hanno manifestato in Thailandia contro l’arresto del premio Nobel Aung San Suu Kyi da parte delle autorità birmane. Tra di loro, uno mostrava un cartello, UN: Where are you? La risposta è: a condannare l’Italia per il suo trattamento verso possibili rifugiati politici. In Birmania, invece, sappiamo bene che di rifugiati non ce ne sono.

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1 Comment

  1. Mi pare però un po’ un distogliere lo sguardo dal problema disquisire della legittimità delle critiche delle organizzazioni ONU, per non parlare di un certo benaltrismo (“perchè non si preoccupano della Birmania?”). Condivido quasi completamente le critiche mosse a un’organizzazione che ormai ha poco o nessun motivo di esistere, ma sul merito della questione?

    La premessa da fare è che la politica sugli sbarchi clandestini (un tempo nell’Adriatico, oggi nelle isole del Mediterraneo, come Malta e Lampedusa ma anche la Sardegna) ha poco a che fare con i flussi migratori e con il fenomeno dell’immigrazione clandestina (di cui rappresenta una quota numericamente poco rilevante) ed è in primis un problema umanitario.
    Mentre l’immigrazione clandestina non sarà mai fermata (per ovvi motivi economici), l’interruzione delle partenze delle imbarcazioni dalla Libia e dalla Tunisia è doverosa (causa ogni anno centinaia di vittime) e, credo, possibile in unico modo: disincentivandole (come Burroughs insegnava ancora negli anni ’50, riferendosi alla droga, la piramide di un racket va colpita alla base, non al vertice).

    Esistono due modi per farlo. Uno è cedere ai ricatti della Libia e affidare nelle loro (inaffidabili ed esose) mani la repressione dell’immigrazione clandestina, rendendo impossibile il viaggio anche a chi fosse passibile di usufruire dello status di rifugiato politico.
    L’altro, politicamente più impegnativo, è ampliare le strutture di accoglienza temporanea per vagliare le richieste di asilo e garantire un reimpatrio di una percentuale sufficientemente alta di clandestini da scoraggiare le partenze e mettere in crisi il racket.

    Questo governo (ma, se ho ben capito, anche l’altro schieramento si è mosso spesso nella stessa direzione) ha scelto il primo modo, e le critiche mosse a questa scelta mi paiono ineccepibili, indifferentemente da chi le muova. O no?

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