Perché non si possono accettare le critiche dell’ONU

Un pensiero su “Perché non si possono accettare le critiche dell’ONU”

  1. Mi pare però un po’ un distogliere lo sguardo dal problema disquisire della legittimità delle critiche delle organizzazioni ONU, per non parlare di un certo benaltrismo (“perchè non si preoccupano della Birmania?”). Condivido quasi completamente le critiche mosse a un’organizzazione che ormai ha poco o nessun motivo di esistere, ma sul merito della questione?

    La premessa da fare è che la politica sugli sbarchi clandestini (un tempo nell’Adriatico, oggi nelle isole del Mediterraneo, come Malta e Lampedusa ma anche la Sardegna) ha poco a che fare con i flussi migratori e con il fenomeno dell’immigrazione clandestina (di cui rappresenta una quota numericamente poco rilevante) ed è in primis un problema umanitario.
    Mentre l’immigrazione clandestina non sarà mai fermata (per ovvi motivi economici), l’interruzione delle partenze delle imbarcazioni dalla Libia e dalla Tunisia è doverosa (causa ogni anno centinaia di vittime) e, credo, possibile in unico modo: disincentivandole (come Burroughs insegnava ancora negli anni ’50, riferendosi alla droga, la piramide di un racket va colpita alla base, non al vertice).

    Esistono due modi per farlo. Uno è cedere ai ricatti della Libia e affidare nelle loro (inaffidabili ed esose) mani la repressione dell’immigrazione clandestina, rendendo impossibile il viaggio anche a chi fosse passibile di usufruire dello status di rifugiato politico.
    L’altro, politicamente più impegnativo, è ampliare le strutture di accoglienza temporanea per vagliare le richieste di asilo e garantire un reimpatrio di una percentuale sufficientemente alta di clandestini da scoraggiare le partenze e mettere in crisi il racket.

    Questo governo (ma, se ho ben capito, anche l’altro schieramento si è mosso spesso nella stessa direzione) ha scelto il primo modo, e le critiche mosse a questa scelta mi paiono ineccepibili, indifferentemente da chi le muova. O no?

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