Towards a nuclear-free world? Interessi generali o obiettivi nazionali?

di Andrea Gilli

Nel gennaio 2008, sul Wall Street Journal apparve un articolo, tra gli altri, firmato da Henry A. Kissinger, nel quale si chiedeva e sosteneva l’abolizione delle armi nucleari. La tesi era che, alla luce dell’arrivo sul panorama internazionale di attori sempre meno affidabili e rassicuranti, le armi nucleari fossero diventate troppo pericolose . Di qui, la necessità di eliminarle.

L’articolo fece un certo scalpore, se non altro perché Kissinger fu l’ideatore degli accorti SALT I e II durante gli anni Settanta: accordi basati interamente sulla teoria della deterrenza nucleare (sviluppata da Schelling e Waltz), dunque il suo passo sembrava, almeno in parte, rinnegare certi convincimenti precedenti e dava maggiori credenziali ad una proposta quanto meno inusitata e finora condivisa più dai pacifisti che da personaggi quali appunto l’ex-Segretario di Stato americano.

La visione di Kissinger aveva iniziato ad aleggiare e diffondersi in America già da qualche tempo. A partire dalla pubblicazione dell’articolo suddetto essa avrebbe poi convinto entrambi gli sfidanti alla Casa Bianca, Barack Obama e John McCain. Recentemente, il presidente Obama la ha sposata, visto che nel corso della sua recente visita in Europa egli stesso ha parlato della volontà di giungere ad un mondo privo di armi nucleari.

A questo punto bisogna ragionare sul significato e le ragioni di queste mosse.

Prima di svolgere qualunque analisi sulle armi nucleari, è necessario fare un passo indietro, e guardare alle armi convenzionali. La differenza tra armi convenzionali e armi nucleari non è solo scientifico-tecnica, ma anche politico-strategica. Come ha spiegato Robert Jervis (1989) nel suo illustre volume sulle armi atomiche, queste ultime hanno drammaticamente rivoluzionato la strategia militare perché, per la prima volta nella storia, permetterebbero di distruggere un nemico prima di combatterlo. Fino a prima del loro arrivo, bisognava infatti vincere la guerra per costringere il nemico ad accettare determinate condizioni. Con le armi nucleari, la guerra non è più necessaria e il nemico diventa, ipoteticamente, disintegrabile prima di combattere. Nessun’arma convenzionale può tanto.

Combattere in senso convenzionale significa invece esporsi al rischio e al caso, come Machiavelli e Clausewitz hanno insegnato. Significa subire perdite, e compiere sforzi. Significa gestire un insieme di variabili complesse e disomogenee, in condizioni di incertezza e assenza di informazioni, per raggiungere uno scopo che è tutt’altro che assicurato. Le armi nucleari eliminano invece quest’incertezza.

Il fatto che gli Stati Uniti, o l’Unione Sovietica, abbiano incontrato tanti problemi in fronti quali Vietnam, Afghanistan o Iraq dimostra l’imprevedibilità del campo convenzionale.

Ciononostante, nell’attuale panorama internazionale, con il loro bilancio militare da 600 miliardi di dollari l’anno, gli Stati Uniti dominano in assoluto il panorama convenzionale.

Tale dominazione è ostacolata e interdetta da due fattori. Da una parte, la proliferazione di armi leggere e di tecniche di guerriglia. Dall’altra, dalle armi nucleari. La guerriglia è insidiosa, come Iraq e Afghanistan dimostrano, ma non pone sfide strategiche insormontabili. Gli Stati Uniti possono continuare a stare nei due Paesi mediorientali per quanto vogliono: potranno subire numerose perdite, ma non rischiano il collasso o di vedere sterilizzati i loro interessi strategici.

Le armi nucleari, all’opposto, rappresentano una minaccia ben più insidiosa, in quanto rendono de facto non ricattabile chiunque ne entri in possesso. L’opposizione ai programmi nucleari nordcoreano e iraniano va dunque interpretata in questa prospettiva. La Corea del Nord, chiaramente, non pone alcuna minaccia: la sua corsa nucleare è però rischiosa, in quanto rappresenta un precedente pericoloso in grado di incoraggiare la proliferazione nucleare. Il caso iraniano è ancora più insidioso perché, se Tehran dovesse entrare in possesso di armi atomiche, proteggerebbe un Paese ostile dalle pressioni e dai ricatti tipici della politica mondiale e dai quali gli Stati Uniti sono tutt’altro che estranei.

Nel corso degli ultimi anni, il campo nucleare ha assistito ad un’importante evoluzione: la proliferazione di ordigni atomici è divenuta progressivamente più semplice e più a buon mercato. La globalizzazione, favorendo lo scambio tecnologico, i commerci, l’internazionalizzazione, etc. ha infatti permesso a chi un tempo non poteva accedere alle tecnologie nucleari di entrarvi in possesso.

Gli Stati Uniti vedono dunque un mondo che, nel futuro, sarà progressivamente sempre più in grado di resistere alle sue pressioni. La proposta di Kissinger, e la richiesta di Obama, va dunque compresa e analizzata sotto questa prospettiva. Di fronte al rischio di una proliferazione incontrollata che, in primis, sterilizzerebbe il potere militare americano e dunque il ruolo internazionale degli Stati Uniti, Washington suggerisce di abbandonare le armi nucleari. Non è una coincidenza che il ritorno ad un mondo convenzionale, o nuclear-free, vedrebbe ipso-facto anche il ritorno della dominazione militare americana.

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