Quel fallimento “forzato” di Obama

di Mario Seminerio – © Liberal Quotidiano

Giovedì scorso a New York Chrysler ha presentato richiesta di ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria nota come Chapter 11, comunicando di voler vendere i propri asset principali, inclusi i marchi Chrysler, Jeep e Dodge, ad una nuova compagnia destinata ad essere posseduta dai governi di Stati Uniti e Canada, da Fiat e dai lavoratori della società, riuniti nella United Auto Workers, tramite il fondo VEBA. La procedura prescelta (formalmente dall’azienda ma di fatto dalla Casa Bianca) ha sollevato l’opposizione di alcuni hedge funds e fondi d’investimento, ma anche fondi pensione ed endowment funds di college, che si trovavano nella condizione di creditori privilegiati (secured) perché, secondo questi investitori, l’azienda intende invertire l’ordine di priorità nel pagamento dei debiti societari, subordinando i creditori privilegiati a quelli ordinari, tra i quali vi è il sindacato, che avrà il 55 per cento della nuova Chrysler, dopo il rifiuto dei creditori privilegiati ad accettare rimborsi in via extragiudiziale pari a soli 29 centesimi per dollaro.

La disputa, aldilà delle tecnicalità, presenta una valenza politica molto rilevante. Gli avversari della soluzione scelta da Obama denunciano la violazione dei principi della legge fallimentare e l’introduzione di elementi di arbitrio politico nella gestione delle crisi di aziende “sensibili”, che finirà con l’indebolire la tutela dei diritti di proprietà. I creditori privilegiati, si sostiene, hanno accettato una minore remunerazione proprio in virtù delle garanzie collaterali rappresentate da impianti e marchi. Questa entrata a gamba tesa della Casa Bianca rischia di provocare l’aumento del premio al rischio richiesto da chiunque reputi che il proprio investimento possa essere espropriato in caso ciò possa servire a questa amministrazione o ad una futura. Il costo del finanziamento, debito ed azioni, salirà di conseguenza. Obama ha usato toni molto duri contro i creditori privilegiati che hanno rifiutato la proposta di rimborso, definendoli “speculatori”, ma scorrendo la lista tra essi si trovano anche investitori (come le mutualità di credito) che a tutto possono assomigliare tranne che ad eredi di Gordon Gekko.

Colpisce la schizofrenia dei salvataggi pubblici: da un lato, il governo non ha sinora accettato soluzioni che prevedano perdite per i creditori delle banche (gli obbligazionisti, perché i depositi fino a 250.000 dollari sono coperti), consentendo a banche sottocapitalizzate di continuare ad operare senza la necessaria ristrutturazione. Dall’altro, l’esecutivo forza l’industria automobilistica ad assumere iniziative che si risolvono in un vulnus dei creditori privilegiati. La prossima tappa di questa “reinterpretazione” della legge è attesa per la fine di maggio, quando scadrà l’ultimatum di Obama a General Motors. Qui si è già avuto un prodromo nelle scorse settimane, con la defenestrazione di Rick Wagoner per opera della Casa Bianca, che ad evidenza non è (ancora) neppure azionista di controllo di GM.

Anche se ci troviamo in un momento di crisi epocale, la priorità dovrebbe essere la tutela dei diritti di proprietà e delle regole del gioco capitalistico, che prevedono la punizione del management che ha sbagliato ed anche dei gruppi di controllo societario. Finora Obama ha usato una politica di discrezionalità settoriale che rischia di portare il già ammaccato capitalismo statunitense a livelli caratteristici dei paesi emergenti.

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