Lo stato delle forze armate italiane

di Andrea Gilli

Sul Corriere della Sera di domenica è apparso un articolo che descrive la desolante, ancorchè non sconosciuta, situazione delle nostre Forze Armate. La fotografia è inquietante: mancano i fondi per riparare nuovi mezzi e per comprarne di nuovi. Essendo impegnati in missioni internazionali che vanno dall’Afghanistan al Libano, i nostri mezzi sono ovviamente soggetti ad un’usura maggiore, mancando però i fondi per ripararli, le nostre truppe si trovano di fronte ad una situazione drammatica, che mette a rischio non solo la loro operatività ma anche la loro sicurezza.

Che la Difesa soffra di carenza di risorse è noto. Ciò che è meno noto sono le cause di questa situazione. Per curare il malato, è necessario conoscere la malattia. Questo è l’obiettivo del presente articolo.

Lo stato delle Forze Armate italiane è pessimo. L’abolizione della leva obbligatoria ha fortemente intaccato la qualità dell’organico, i continui tagli di bilancio hanno creato problemi tanto di pianificazione che di bilancio, mentre il crescere del numero delle nostre missioni internazionali ha dato una fortissima accelerazione alla voci di costo.

Per migliorare (risolvere è un’utopia) l’attuale situazione, è necessario affrontare la questione di petto. A nostro modo di vedere, i problemi della difesa italiana sono principalmente tre. Eccesso di spese per personale e pensioni. Tagli continui al bilancio. Eccesso di numero di missioni.

Lo stesso articolo di Cremonesi, dopo aver descritto la miseria nella quale si trova il nostro esercito, termina affermando che si stanno già sviluppando i piani per mandare delle truppe a controllare il confine occidentale di Gaza. This is nonsense – direbbero gli americani.

Personale e pensioni.

Alcuni studi stimano il costo per personale e pensioni tra il 60 e il 70% del nostro bilancio. E’ chiaro che è troppo. E una riforma è necessaria. Se è vero che i Governi degli ultimi anni hanno solo saputo tagliare i fondi, è altrettanto vero che la Difesa non è riuscita a riorganizzarsi efficacemente. Politicamente – come ben si comprende – tagliare personale (soprattutto civile) e pensioni è tutt’altro che facile. Ma di fronte a condizioni aspre, non c’è altra strada.

Fondi

Il secondo problema riguarda gli stanziamenti. Nell’articolo in questione, si parla addirittura di 0,66% del Pil destinato all’Esercito. La quota che destiniamo è verosimilmente più alta (le fonti internazionali stimano uno 0,88% – che, a livello internazionale, rimane comunque troppo bassa). Il problema è però un altro. Se l’Italia vuole spendere per la propria Difesa lo 0,60% del Pil, questa è una scelta legittima, che va rispettata – purchè tutti siano a conoscenza delle sue implicazioni. Il problema è decidere quale ruolo si vuole per la nostra Difesa e quale ruolo il nostro Paese vuole avere a livello internazionale. Se vogliamo una Difesa allo 0,60%, allora dobbiamo adattarci – basta saperlo. Negli ultimi anni, invece, si è sempre parlato di incrementi. Ogni governo ha sempre promesso di aumentare gli stanziamenti, salvo poi tagliare senza pietà i fondi per la Difesa (con la sola eccezione del Governo Prodi). Di fronte a certe promesse, l’Esercito ha elaborato una certa pianificazione. Se si fosse saputo che i fondi sarebbero stati altri, allora la pianificazione sarebbe anch’essa stata diversa.

Missioni internazionali

Il paragrafo precedente tocca un punto centrale. Il ruolo internazionale dell’Italia. Ogni governo, negli ultimi 15 anni, ha voluto compiere la sua missione internazionale. Somalia, Albania, Serbia, Kossovo, Macedonia, Afghanistan, Iraq, Libano, Darfur. Ora si parla addirittura di Gaza. Questo spirito internazionale va sicuramente elogiato – certo lo si potrebbe prendere più seriamente se, di fronte a tanta attività, la classe politica volesse destinare anche maggiori fondi alle nostre Forze Armate.

Senza dilungarci, il problema è il seguente: mentre negli ultimi quindici anni il nostro Esercito ha visto i fondi diminuire in maniera quasi verticale, i compiti che gli sono stati assegnati sono progressivamente cresciuti. Nel campo della difesa, il problema non è solo aritmetico, ma è geometrico (almeno – se non esponenziale): i mezzi in missione si logorano facilmente e velocemente, quindi bisogna ripararli di più e più spesso, come bisogna anche sostituirli, maggiormente e con maggiore frequenza. Allo stesso modo, i soldati in missione ricevono indennità nettamente superiori a quelle che si ricevono in patria.

Ovviamente, a decidere di far parte di queste missioni non era l’Esercito ma era quella classe politica che, mentre con la mano destra indicava le missioni, con la sinistra tagliava i fondi.

Conclusioni

Lo abbiamo già detto più volte su questo sito. Meno personale civile, meno missioni e, potenzialmente, più fondi. Questa è la ricetta, semplicistica ma realistica, per affrontare i problemi della nostra Difesa.
Ora si parla di una missione a Gaza: se questa richiesta verrà effettivamente inoltrata, negli alti piani della Difesa qualcuno potrebbe decidere di dimettersi per protestare contro la folle politica del nostro Governo. In assenza di passi simili, non a torto, continuerà a rimanere l’idea che, in fin dei conti, l’Esercito ce la possa sempre fare.

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