Obama comincia a deludere

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

Martedì scorso, sul Financial Times, è comparso un editoriale di Martin Wolf piuttosto preoccupato e critico nei confronti dei primi passi dell’Amministrazione Obama. Wolf si chiedeva: la presidenza Obama ha già fallito? Il sospetto si irrobustisce, osservando le prime decisioni “operative” o presunte tali del presidente: l’annuncio – con annessa faccia feroce – del tetto alle retribuzioni dei manager apicali delle banche che richiederanno assistenza alle casse federali, ed il nuovo, ennesimo salvataggio annunciato dal Segretario al Tesoro, Timothy Geithner, nella giornata di martedì. Andiamo con ordine.

Il provvedimento “moralizzatore” sulle banche è sostanzialmente un proclama, e prevede un limite di 500.000 dollari annui (oltre ai dividendi) ai dirigenti di prima linea di istituzioni finanziarie che si troveranno a chiedere fondi al Tesoro sotto “eccezionali” circostanze, nelle quali saranno anche proibiti i cosiddetti “paracadute d’oro”, cioè le buonuscite milionarie. Il provvedimento non ha valore retroattivo, e quindi non impedisce la prosecuzione di prassi come il pagamento di “retention bonus, che consentono alle banche di non privarsi dell’imprescindibile ausilio di manager che hanno contribuito a scavare questo buco di proporzioni colossali. Soprattutto, la misura non contiene clausole di revocatoria dei bonus in precedenza erogati, legandoli a risultati di lungo periodo dell’istituzione finanziaria. Un misura che tratta il livello dei percettori di bonus, non la struttura di quest’ultimo. Forse l’amministrazione Obama era timorosa di non entrare nell’autonomia privatistica dei rapporti di lavoro, ma in circostanze eccezionali come le attuali, e relativamente ad istituzioni ad elevato impatto sistemico e sulle tasche dei contribuenti, forse essere meno puristi non avrebbe guastato.

Non è un caso se l’annuncio di tali misure è avvenuto subito dopo una sfuriata mediatica di Obama, che si è presentato alla nazione parlando di irresponsabilità e vergogna, e nelle more del lungo ed accidentato percorso del pacchetto di stimolo all’economia. Su questo versante nulla di significativo: Obama continua a cercare una bipartisanship che non esiste né esisterà, per l’atteggiamento dei Repubblicani del Congresso che, dopo aver ingoiato senza batter ciglio otto anni di lassismo fiscale dell’Amministrazione Bush si sono improvvisamente riscoperti conservatori fiscali, salvo proporre il solito mantra di tagli di tasse (ma più sovente sono tax expenditures, cioè spese e sussidi travestiti da tagli) che avrebbero elevato impatto sul debito federale ed assai limitato effetto espansivo sull’economia. Dall’altro versante, i Democratici stanno dando vita ad un baccanale di pork-barrels, cioè progetti di spesa clientelare, che scaveranno tunnel nel già martoriato bilancio federale. Ciliegina sulla torta, la demenziale clausola protezionistica del “Buy American”, che se adottata si dimostrerebbe la degna erede della Smoot-Hawley Act degli anni Trenta, causando una ridondanza di rappresaglie commerciali che precipiterebbe il mondo nella depressione. Nel mezzo, Obama ed i suoi sogni di post-partisanship, e una debolissima voce della Casa Bianca rispetto al Congresso, malgrado a capo dello staff obamiano ci sia quel Rahm Emanuel che la leggenda dipingeva come un duro e spietato negoziatore.

L’annuncio della terza versione (se non abbiamo perso il conto) del famigerato TARP creato un anno addietro da Hank Paulson è stato accolto dai mercati azionari con uno dei più imponenti ribassi delle ultime settimane, una sorta di “sell on news”, ma qui di notizie ve ne sono davvero poche. Il Segretario al Tesoro Timothy Geithner, già presidente della Fed di New York (e per ciò stesso fiduciario delle grandi banche-zombie che stanno portando il paese a picco), dopo un esordio sconcertante con problemi di tasse arretrate e autolesionistiche minacce alla Cina, additata come “manipolatore valutario”, ha presentato un piano che è semplicemente non è tale, e che rappresenta solo un’ipotesi d’intervento. Nel dettaglio (e già chiamarlo tale è una forzatura) l’intervento prevede un tentativo di mobilizzazione degli attivi tossici con coinvolgimento dei privati e la fornitura di garanzie governative. Lo schema sembra essere quello che l’anno scorso portò Merrill Lynch a cedere il proprio portafoglio di collateralized debt obligation all’asset manager texano Lone Star, previo abbattimento del prezzo di carico ed assunzione di garanzie a favore del venditore, che iniziava ad entrare nella transazione con solo un quarto dell’esborso previsto. L’idea di Geithner è quella di rimuovere parte del premio di illiquidità, ma questi attivi sono del tutto illeggibili, ed il premio di solvibilità in essi è largamente prevalente.

Tra le altre misure, uno stress test sulle principali banche del paese per verificare la capacità di reggere ad un peggioramento dello scenario ambientale. Anche qui, nessun dettaglio operativo: come verrà effettuato il test, da quale agenzia federale, con quali modellizzazioni di prezzo ? Mistero. Se questo doveva rappresentare un tentativo di accountability rispetto alle palate di denaro che Paulson gettava incondizionatamente negli altiforni delle banche, è fallito ancor prima di vedere la luce. Altra misura annunciata da Geithner, questa immediatamente operativa, è l’aumento delle dotazioni di finanziamenti pubblici a garanzia degli emittenti di cartolarizzazioni al consumo (il cosiddetto Term Asset-Backed Loan Facility, TALF), che dovrebbe rivitalizzare questa tipologia di credito, e al contempo permettere agli hedge funds di guadagnare ritorni a doppia cifra indebitandosi con la Fed per investire su titoli ad alto rendimento.

Il nodo che sembra irrisolvibile, e che condiziona pesantemente sia i mercati finanziari sia la trasmissione all’economia reale degli impulsi espansivi, resta quello di banche tecnicamente fallite ma che si continua a tenere in vita artificialmente. Non a caso queste istituzioni vengono definite zombie banks. Obama pare ritenere che il paese non sia pronto per accettare il concetto di nazionalizzazione, ma se il problema è solo quello semantico, basterebbe non usare quella parola. Esiste ormai sufficiente consenso “tecnico” circa la necessità di procedere ad azzeramento degli azionisti esistenti, all’applicazione di una decurtazione del valore nominale dei titoli di debito emessi da tali banche, ed alla emissione di nuove azioni ordinarie sottoscritte dal Tesoro. In seguito si procederebbe ad espungere gli attivi tossici dal bilancio della banca. In questo modo non si avrebbe necessità di prezzare titoli complessi e privi di mercato, e lo Stato si troverebbe titolare di intere emissioni aventi per sottostante dei mutui, le cui condizioni potrebbero in tal modo essere rinegoziate a vantaggio dei debitori, ove se ne valuti il merito e l’opportunità. Invece, proseguendo in questa circumnavigazione del globo, si ottiene solo l’esplosione del debito pubblico senza conseguire risultati apprezzabili.

Siamo ormai al paradosso: la capitalizzazione di mercato di Citigroup, JPMorgan-Chase e Bank of America ammonta complessivamente a 158 miliardi di dollari, eppure il programma annunciato da Geithner è destinato a fornire (solo per iniziare) tra 250 e 500 miliardi di dollari solo per tentare di rimuovere dal bilancio delle banche le cartolarizzazioni tossiche.

Di fronte a simili aberrazioni, resta il dubbio se si tratti di resistenza “culturale” degli americani verso la parola nazionalizzazione, oppure se non ci troviamo di fronte per l’ennesima volta ad un caso di “cattura regolatoria” del governo federale ad opera dell’oligarchia finanziaria di Wall Street. Se, come sembra, la spiegazione corretta è quest’ultima, Barack Obama sta precocemente fallendo nel portare al paese quel cambiamento tanto oniricamente invocato in campagna elettorale.

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