La Rivoluzione dei 30 anni

di Andrea Gilli

La Rivoluzione Islamica iraniana compie trent’anni. Era il febbraio 1979 quando i turbanti guidati dall’Ayatollah Khomeini presero definitivamente il potere a Tehran. Nel 1979, l’Iran era un Paese cardine del sistema internazionale. Le sue riserve di idrocarburi rappresentavano una garanzia energetica per l’Occidente, mentre la sua forza militare fungeva da potente barriera all’infiltrazione sovietica in Medio Oriente.

Trent’anni dopo, l’Iran è ancora al centro del sistema internazionale – come i quotidiani ci ricordano quasi giornalmente. Paradossalmente, però, la sua importanza è cresciuta nonostante la sua economia e la sua società non abbiano progredito al passo degli altri Paesi. E ciò lo si deve a ragioni opposte a quelle del 1979: proprio le disponibilità gassifere e petrolifere iraniane, insieme alla sua posizione strategica nel Medio Oriente, turbano i sonni dei governanti occidentali e non, mentre gli obiettivi politici e militari di Tehran gettano scompiglio sui delicati equilibri etnici, politici, religiosi e militari della regione.

A trent’anni dalla Rivoluzione, conviene guardare alle prospettive future della Repubblica Islamica, alle sue relazioni con gli Stati Uniti, alla sua politica estera e ai suoi sviluppi interni.

L’Iran è un Paese complicato. Questo è il primo dato dal quale bisogna partire. Il Paese è una Repubblica Islamica. A differenza della grande parte dei paesi mussulmani, l’etnia dominante non è araba, bensì ariana, a cui si sommano però una miriade di minoranze etniche (dai baluchi agli arabi, dagli ebrei ai curdi) che ammontano a circa il 50% della popolazione. Anche la lingua non è l’arabo, ma il parsi. La religione islamica ha un ruolo centrale nella politica: ciononostante, a differenza degli altri Paesi mediorientali, la storia pre-islamica è guardata con altrettanta attenzione e rispetto. Il risultato è che tutte le etnie e tutte le religioni mostrano una notevole lealtà verso l’identità iraniana, e quindi verso lo Stato.

Dopo Israele, l’Iran è forse il Paese più democratico del Medio Oriente. Epperò è una teocrazia. Dal 1950 al 1979 l’Iran è stato uno dei Paesi con la maggiore crescita economica al mondo. Dal 1979 al 2002, la sua performance è stata drammatica. Negli ultimi anni, l’economia è cresciuta, trainata dagli alti prezzi petroliferi: ciò ha permesso di attenuare alcune tensioni sociali, ma è facile che esse ritornino nei prossimi mesi, quando il crollo del greggio avrà scatenato tutti i suoi effetti sulla bilancia commerciale del Paese.

Nel 2009, il Paese è infatti colpito da piaghe sociali e gravi problemi economici, cui le sanzioni internazionali hanno certamente contribuito. Con l’ascesa di Barack Obama negli Stati Uniti, e la probabile fine dell’era Ahmadinejad nei prossimi mesi, sono forti le speranze di un miglioramento delle relazioni tra i due Paesi e di una minore radicalità della politica estera iraniana. Chi scrive crede che ci saranno certamente degli miglioramenti, ma è difficile pensare ad un ricongiungimento totale.

La politica estera iraniana è dominata da una serie di costanti. Tre meritano particolare attenzione. In primo luogo, l’Iran è un Paese sciita a maggioranza ariana circondato da Paesi arabi dominati da elite sunnite (con l’eccezione dell’Iraq). Non è un caso che le relazioni tra l’Iran e gli altri Paesi arabi siano sempre state problematiche.

In secondo luogo, l’Iran è situato tra Medio Oriente e Asia centrale, domina il Golfo Persico ma confina anche con Pakistan e Afghanistan, mentre la sua parte nordorientale guarda al Caucaso. La sua estensione geografica, dunque, è sia una risorsa che una minaccia, in quanto permette al Paese sì di avere una notevole proiezione geopolitica ma anche di dover continuamente concentrarsi su sviluppi differenti, che vanno dalle milizie curde al confine con il nord dell’Iraq, alle tensioni etniche al confine con Armenia e Azerbaijan, ai profughi sciiti in fuga dall’Afghanistan e dall’Iraq, fino alle minacce strategiche poste dalle truppe americane in Afghanistan e Iraq e alle ambizioni di Pakistan, Israele, Egitto e Arabia Saudita.

La terza componente è la politica interna, che si fonda su un delicato equilibrio etnico-classista-religioso. Come detto, in Iran vi sono numerose etnie, diverse religioni, e soprattutto vi è un particolare assetto sociale che vede il ruolo di primo piano dei bazarii, i commercianti, il cui offuscamento durante l’era dello Shah fu la causa principale del sostegno ottenuto da Khomeini. Allo stesso modo, l’apparato centrale è continuamente attento agli sviluppi periferici: una rivolta in una qualsiasi zona remota del Paese (dove le minoranze etniche sono più numerose) potrebbe avere conseguenze drammatiche e minacciare la stessa integrità e unità dell’Iran, specie se non tamponata in fretta e seguita da evoluzioni simili nel resto del territorio.

L’Iran dunque soffre di un forte senso di accerchiamento sia geografico che politico, a cui le guerre in Iraq e Afghanistan hanno contribuito in maniera devastante, e vive con timore le sue dispute interne che, come la storia del Paese ha dimostrato, hanno spesso portato Potenze esterne nel Paese.

La politica estera iraniana degli ultimi anni è stata fortemente condizionata da questi sviluppi. Il futuro può essere predetto solo con delle speculazioni. Ciò che appare evidente, però, è che, mentre Ahmadinejad uscirà probabilmente di scena, queste tre colonne rimarranno in gioco.

Per quanto riguarda l’identità del Paese, sia nella sua componente persiana che in quella sciita, è facile aspettarsi che l’Iran continui a sobillare o sostenere le minoranze persiane e sciiti nei Paesi limitrofi: dal Pakistan all’Afghanistan, dal Bahrein all’Iraq. Ciò si deve sia a semplici legami etnico-religiosi, che a questioni strategiche: un rafforzamento delle comunità affini all’Iran nei paesi che lo circondano non può che rappresentare un sollievo per il Paese.

Il senso di accerchiamento percepito dal Paese non verrà meno: semplicemente perchè la geopolitica regionale non muterà sensibilmente. Uno sviluppo positivo può però emergere dall’abbandono dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. E’ possibile, ancorchè tutt’altro che facile, che Washington e Tehran riescano a stabilire un accordo comune sulla necessità di stabilizzare l’Afghanistan. L’Iran ha già fornito in passato questo sostegno – in particolare all’inizio dell’azione militare contro i talebani. Venendo meno la minaccia posta dalle truppe americane in Iraq, non è impossibile pensare ad una maggiore cooperazione tra i due Paesi – anche alla luce del drastico peggioramento della stabilità politica pakistana (che preoccupa entrambi).

Se dunque c’è spazio per una certa ricomposizione tra Washington e Tehran, è difficile aspettarsi un accordo totale tra i due Paesi. Il crollo dei prezzi petroliferi potrà probabilmente contribuire. Ma non si può dimenticare che chi farà la politica estera iraniana continuerà ad essere preoccupato per il consenso interno. L’Iran è un Paese molto fiero della sua storia e delle sue aspirazioni, non solo tra i suoi governanti, ma anche tra la sua popolazione. E’ difficile pensare che questi possano rinunciare alle loro ambizioni. Paradossalmente, dunque, gli iraniani, che in molti vedono come il mezzo attraverso il quale abbattere il regime, rappresenteranno forse l’ostacolo più grande ad una completa moderazione della politica estera del Paese.

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