Afghanistan, Kyrgizstan, Russia e Iran: la sfida impossible

di Andrea Gilli

La situazione afghana sta peggiorando sensibilmente. Non da oggi, ma da diversi anni e ora la situazione è quanto mai incerta. Dalla fine del 2002, almeno, le vicende del Paese sono andate in maniera alterna. Tempo, risorse e uomini sono stati persi per via di strategie miopi e obiettivi verosimilmente irrealizzabili. Purtroppo, le dinamiche internazionali sembrano destinate a rendere la questione afghana ancora più complicata. Gli Stati Uniti, per bocca del Segretario della Difesa Robert Gates, hanno affermato di mirare oramai solo ad obiettivi minimi: la domanda è se anche questi obiettivi minimi siano ancora raggiungibili. I dubbi che nutriamo a proposito verranno esplicitati nell’articolo.

A poche settimane dal giuramento che ha portato alla Casa Bianca Barack Obama, gli Stati Uniti, forti anche dei successi in Iraq, stanno concentrando la loro attenzione sull’altro pilastro della guerra al terrorismo, l’Afghanistan. Dopo sette anni di operazioni, non solo Osama Bin Laden non è stato catturato, ma i talebani, mese dopo mese, hanno riconquistato molte delle loro posizioni (perse nella prima parte dell’invasione americana iniziata nel 2001). Per bocca dello stesso Segretario alla Difesa Robert Gates, gli Stati Uniti stanno fissando degli obiettivi minimi in Afghanistan: combattere il terrorismo, ed evitare che il Paese sprofondi nel caos. Democrazia, libertà, sviluppo sociale e politico – per il momento – sono fuori portata.

Purtroppo, anche gli obiettivi minimi sembrano però diventare giorno dopo giorno tutt’altro che di facile portata. In questo articolo cerchiamo di spiegare per quale ragione l’Afghanistan troverà difficilmente in breve tempo una soluzione stabile.

La Geopolitica dell’Asia Centrale
Il primo fattore che rende difficile una soluzione alla questione afghana è rappresentato dalla geopolitica centrasiatica. Bisogna innanzitutto ricordare che, con l’Operazione Enduring Freedom, gli Stati Uniti hanno raggiunto un obiettivo mai neppure immaginato dalle potenze marittime. Washington è riuscita a dislocare delle basi militari in Asia Centrale: in Afghanistan, in Uzbekistan, in Kyrgizstan. Si era nel 2001 e 2002. La Cina era appena entrata nel WTO e voleva mantenere neutre le sue relazioni con Washington per far proseguire la sua crescita economica, politica e anche militare. La Russia stava lentamente ristabilendo la sua autorità interna, volta a riacquistare la sua posizione internazionale. In quella fase, anche alla luce degli orrendi attentati dell’11 settembre, permettere agli USA di entrare in Asia Centrale sembrava inevitabile (e anche utile). Mosca e Pechino diedero il lasciapassare (consapevoli anche di non avere molte altre alternative). Progressivamente, però, la politica americana è diventata più audace (leggi: arrogante), mentre la posizione americana si è progressivamente erosa. La guerra in Iraq prima, il sostegno alla Georgia e all’Ucraina dopo. Lo scudo missilistico in Europa, la politica spesso provocatoria sulla questione di Taiwan, la retorica democratizzante portata, con totale assenza di lungimiranza, fino a Pechino hanno contribuito ad allontanare Cina e Russia. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno visto la loro posizione declinare. La loro quota del prodotto mondiale è scesa, la loro efficacia militare è rimasta impantanata nelle sabbie mesopotamiche, il loro primato economico e tecnologico sfidato dalla crescita di nuove o vecchie potenze.

Il risultato di questo processo è che, nel 2009, né Russia né Cina hanno più interesse ad avere gli Stati Uniti in Asia centrale – e forti della loro ritrovata potenza, possono permettersi di sollevare numerose obiezioni. La Cina sa che gli idrocarburi centrasiatici saranno sempre più importanti per la sua crescita economica. La Russia non vuole che attraverso quegli stessi idrocarburi la sua posizione di quasi monopsonio verso l’Europa venga intaccata. Attraverso il controllo dell’Afghanistan passa dunque la posizione futura dei due Paesi. Non potendo sabotare direttamente la missione in Afghanistan, Cina e Russia possono però abilmente lavorare per renderla difficile, in modo da favorire un progressivo abbandono da parte degli Stati Uniti dell’Asia Centrale, o certamente così da far loro raggiungere obiettivi davvero, davvero minimi.

La Lotta al Terrorismo: Al-Qaeda e Pakistan
Il secondo problema che rende la missione in Afghanistan una sfida quasi impossibile è legato al nemico. Al-Qaeda, i talebani e chi li sostiene. Proprio come durante la Guerra Fredda, per motivi sia ideologici che di consenso interno, si preferì a lungo considerare i nemici come un fronte unico, unito e compatto, così nella guerra al terrorismo si è a lungo deciso di non considerare le differenze tra i vari gruppi e individui e così offrire un unico pacchetto: appunto la guerra al terrorismo. Di sicuro ciò serve a fini interni: troppi dettagli confondono l’opinione pubblica e rendono più difficile il sostegno a politiche pluriennali di sicurezza nazionale. Ma questa politica erga omnes ha anche i suoi lati negativi. Essa non permette infatti di sfruttare la cosiddetta wedge strategy: cioè  far leva sulle differenze e i dissidi interni al fronte nemico in modo da isolarne la frangia più pericolosa.

Nel caso particolare dell’Afghanistan, l’errore più grande è stato quello di approcciare talebani e al-Qaeda come un blocco unico. I talebani non hanno lanciato l’11 settembre: hanno dato ospitalità e forse connivenza ad al-Qaeda ma alla fine erano soltanto degli afghani che volevano una società particolarmente arcaica e ortodossa nel loro Paese. Questi erano radicati nel territorio, lo conoscevano, avevano amicizie e legami tribali. Non erano stati eletti, ma come in tutte le dittature vale la vecchia regola: senza un minimo consenso, nessuna dittatura può sopravvivere.

Invece di allearsi con i talebani, o per lo meno con le numerose frange che al loro interno erano disposte ad un accordo politico, gli Stati Uniti hanno preferito dare loro la caccia, come se fossero membri di Al-Qaeda. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: come già detto, mese dopo mese, i talebani hanno riconquistato le loro posizioni e l’operazione in Afghanistan, come ricorda il Gen. Petraeus (che pare sottoscrivere la nostra analisi) è lungi dall’ottenere anche solo un parziale successo.

La differenza tra al-Qaeda e talebani ci riporta ad un altra grande contraddizione della guerra in Afghanistan: il Pakistan. Per anni, gli Stati Uniti lanciavano strali a favore della democrazia e simultaneamente sostenevano politicamente, economicamente e militarmente Musharraf, non certo il prodotto più raffinato della democrazia liberale. La discrasia tra parole e azioni, insieme ad una non insignificante dose di ottusità, ha portato Musharraf fuori dal potere e poi alle elezioni in Pakistan. Presto gli americani hanno scoperto come le democrazie non necessariamente abbiano le stesse vedute. Da quando Musharraf è caduto, il Pakistan è diventato sempre più insofferente della politica americana in Afghanistan mentre, al suo interno, gli scontri e le divisioni non hanno smesso di crescere, ponendo crescenti dubbi sulla capacità del Governo di gestire la sicurezza interna.

Il punto attuale è abbastanza drammatico: non solo l’Afghanistan non è pacificato, ma il grande rischio è che ora a cadere nel baratro sia il Pakistan, con le sue arme nucleari. Con una politica più comprensiva verso i talebani (assolutamente non differente dalla surge di Petraeus in Iraq, che ha avuto successo grazie alla cooperazione iraniana e sunnita), le vicende afghane sarebbero completamente diverse e il Pakistan non sarebbe nell’attuale disperata situazione. Purtroppo, il tempo utile è stato perso, Al-Qaeda si è rafforzata in Afghanistan ed è riuscita a ramificarsi ancora meglio in Pakistan. La lotta al terrorismo sarà dunque ancora più complicata, negli anni a venire.

Alleati in inaffidabili: la NATO e il suo contributo
L’ulteriore tassello che complica la missione Enduring Freedom e la missione ISAF riguarda il rapporto degli Stati Uniti con l’Europa e in particolare verso la NATO. Conviene ricapitolare brevemente l’andamento dei fatti. L’Operazione Enduring Freedom fu guidata dagli USA con il supporto, minimo, di inglesi e australiani. Nonostante la NATO, per la prima volta nella storia, avesse invocato il famoso articolo 5, quello che prescrive la reciproca difesa, gli Stati Uniti preferirono declinare l’offerta di aiuto che giungeva dall’Europa. Memori dei problemi che il comando condiviso NATO aveva portato alle operazioni in Serbia, gli USA preferirono andare da soli. Difficile dar loro torto. Il problema è che, come spesso è successo nella storia della politica estera americana, Washington si è presto accorta di non essere in grado di fare tutto da sola in Afghanistan – anche perché ad un certo punto decise di dirottare i suoi sforzi verso l’Iraq. Il coinvolgimento NATO fu dunque inevitabile.

Il problema è che l’Afghanistan non pone una minaccia all’Europa. Nessun Paese Europeo sente la propria sicurezza a rischio per via dell’andamento dell’Operazione ISAF. Il risultato, per nulla sorprendente, è che nessun Paese Europeo ha dato anima e corpo per l’Afghanistan. Anche in questo caso: come dar loro torto? Se perfino gli Stati Uniti preferivano concentrarsi altrove (l’Iraq), perché mai i Paesi europei avrebbero dovuto fornire uomini e mezzi per una missione che né avevano iniziato, né avevano finora avuto modo di influenzare e, soprattutto, che neppure avrebbe mai dato loro sensibili vantaggi materiali?

Il fatto che sia Germania che Francia abbiano già detto di non voler mandare nuovi uomini in Afghanistan è di per sé abbastanza indicativo – con buona pace della speranza dei democratici americani che speravano, con l’arrivo di Obama, in una maggiore cooperazione da parte dell’Europa.

La guerra in Afghanistan è una guerra americana. La NATO vi è stata tirata dentro con forza. Lentamente, i Paesi NATO si stanno defilando, perché in Afghanistan i loro interessi sono minimi. Prima Washington capirà questo semplice dato, prima riuscirà ad elaborare una strategia efficace. Il problema è che la cultura americana fa fatica a concepire gli interessi americani come distaccati da quelli dell’umanità – da qui deriva la retorica universalistica e provvidenzialistica che ha sempre caratterizzato la politica estera USA. Pensare dunque che a Washington possano accettare e riconoscere l’assenza di interessi strategici europei in Afghanistan sembra davvero difficile.

Logistica… quella sconosciuta.
L’ultima questione che rende l’avventura afghana un sogno impossibile è la logistica, la geografia, a cui gli altri tre fattori non sono estranei. L’Afghanistan è situato nel bel mezzo dell’Asia Centrale. E’ circondato da Paesi poco sviluppati, autocratici e dotati di notevoli risorse energetiche. Per arrivare in Afghanistan, non ci sono molte strade. Basti dire che, fino al 2005, gli elicotteri americani venivano portati in loco da una compagnia russa, l’unica dotata di velivoli grandi abbastanza per trasportarli. Non è necessario dire che la compagnia russa passava da Ovest, e dunque i mezzi americani partivano dall’Europa. Se la compagnia fosse fallita o se la Russia non avesse più concesso il proprio spazio aereo, gli Americani non avrebbero più avuto i loro Apache in Afghanistan. Le altre due rotte usate per sostenere l’Operazione Enduring Freedom erano rappresentate dal Pakistan e dal Kyrgizstan. Il Pakistan, come abbiamo detto, è minato da una feroce lotta intestina, a cui al-Qaeda non è esterna. Due settimane fa un ponte essenziale per la logistica NATO, a 15 km da Peshawar, è stato distrutto. Forse non casualmente. Il Kyrgizstan ha annunciato la scorsa settimana di non voler più ospitare la base americana che si trova all’interno dei suoi confini. Proprio come fece l’Uzbekistan nel 2005, ora il Kyrgizstan ritiene più allettanti le offerte russe (e il neutrale compiacimento cinese: è infatti singolare che il Tajikistan, offrendosi di sostituire il Kyrgizstan, abbia già detto di concedere il suo spazio solo per supporto non-militare).

Ciò complica notevolmente tutta la strategia. Il Gen. Petraeus sta formulando una nuova dottrina da applicare al Paese: il rischio è di non poterla attuarla per incapacità logistica di raggiungerlo. Per sostenere la missione Enduring Freedom e l’operazione NATO ISAF è quindi necessario fare affidamento, per la logistica, sulla Russia (che, come il Tajikistan, concede il suo spazio solo per supporto civile), sulla Cina (che ha più di un interesse a tenere fuori dall’Asia centrale gli USA) e sull’Iran. Forse non è un caso che proprio negli ultimi giorni, Tehran abbia mostrato una scarsa disponibilità al dialogo con gli Stati Uniti. La sua posizione negoziale si è rinvigorita nel giro di ore – difficile aspettarsi un comportamento differente.

Conclusioni
Priva del sostegno delle altre Grandi Potenze regionali, sprovvista di supporto logistico, avversata da un nemico subdolo e sofisticato, e schiacciata da interessi politici, economici e strategici differenti, la missione in Afghanistan sembra oggi essere soggetta a sfide molto più grandi di quelle che comunemente vengono percepite.

Si era andati in Afghanistan per portare la democrazia. Ora speriamo di riuscire a dare un minimo di sicurezza.

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