Le nuove relazioni tra Cina e Taiwan

di Andrea Gilli

Nel corso degli ultimi anni, le relazioni tra Cina e Taiwan sono nettamente migliorate. Questo rapido processo, accolto favorevolmente dalla popolazione di entrambi i Paesi, è cominciato a partire dalla caduta di Chen-Shui Bian e sembra destinato a rafforzarsi ulteriormente. L’unica scontenta è Washington. Pare dunque utile cercare di capire sia le cause di questo avvicinamento che della scarsa soddisfazione americana – sorprendentemente, si vedrà che tutta la situazione scaturisce da un’unica causa, la crescita cinese.

Nel corso degli ultimi anni, Cina e Taiwan hanno visto le loro relazioni economiche, culturali e infine politiche rafforzarsi sensibilmente fino a livelli che sarebbero parsi impossibili solo un quinquennio addietro.

Questo processo è tanto interessante quanto singolare in quanto Cina e Taiwan vivono un antagonismo storico, dovuto al fatto che i due Paesi rappresentano uno la negazione dell’altro. Taiwan fu fondata da Chiang Kai- Shek, il leader del Kuomintag che, sconfitto da Mao nel 1948, rifugiò sull’isola di Taipei. Subito rinominata Cina, essa divenne la base dalla quale sperava di riconquistare Pechino. La Guerra fredda spinse inizialmente Washington a sostenere Taiwan. Ma quando, con i dissapori e il distacco della Cina dall’orbita sovietica nel corso degli anni ’60, Washington scorse la ghiotta opportunità di allearsi con Mao, le ragioni di Taiwan vennero presto sacrificate sull’altare della Real Politik, prima da Nixon, che compì il famoso viaggio nella capitale cinese, e poi da Carter che istituzionalizzò le relazioni tra i due Paesi.

Ciononostante, Washington ha sempre offerto il suo sostegno difensivo a Taiwan, non tanto per ideali democratici, quanto piuttosto perché se la Cina avesse conquistato l’isola, la sua presa geopolitica sull’Est Asia sarebbe diventata ancora più solida.

Il sostegno a Taiwan va infatti compreso in un più grande disegno geopolitico volto a bilanciare la crescita della Cina. Gli Stati Uniti, attraverso il loro sistema di basi militari dislocate nel pacifico, la cooperazione del Giappone e di Taiwan, i loro soldati in Corea, l’alleanza informale con Australia e Filippine e quella strumentale di Thailandia e Vietnam, sono per l’appunto in grado di prevenire il rafforzamento marittimo di Pechino.

Questo sistema, che finora ha funzionato, ha però due grandissimi problemi. In primo luogo, tutti questi Paesi sono minuscoli se paragonati alla Cina. Inoltre, Corea del Sud, Taiwan, Giappone e, in parte, Filippine, non hanno indipendenza terrestre, nel senso che sono insulari o peninsulari e la terra ferma che li domina è quella cinese senza contare che tra questi Paesi non vi è continuità territoriale. Dunque una rappresaglia cinese nei loro confronti sarebbe devastante oltre che non particolarmente impegnativa da parte di Pechino. Come gli studi nel campo hanno dimostrato, il problema principale delle alleanze è di cooperation. Ogni attore ha il classico terrore di restare “con il cerino in mano“. Gli Stati Uniti devono quindi assolutamente evitare che anche uno solo di questi Paesi si discosti dalla protezione americana – il rischio tutt’altro che remoto sarebbe di vedere tutti questi Paesi scappare uno dopo l’altro da Washington per paura di restare l’unico avamposto con funzione anti-cinese in Asia.

In secondo luogo, l’Asia sta osservando un drammatico rafforzamento politico (economico, sociale, militare) della Cina. In altre parole, la Cina sta diventando sempre più forte e per quanto questi Paesi possano tentare di pareggiare questa crescita, è chiaro a tutti che neppure la loro più stretta collaborazione, nel lungo termine, potrà alcunché – proprio come la lezione che Messico e Canada hanno imparato rispetto agli Stati Uniti.

Il miglioramento delle relazioni tra Cina e Taiwan va dunque guardato, e spiegato, in questo più ampio contesto e non può certo sfuggire che dinamiche assolutamente analoghe si sono sviluppate anche in Thailandia, in Corea del Sud e in Vietnam.

Per inferenza, pare chiaro che la distensione dei rapporti tra la Cina e i vari Stati dell’Est Asia si debba all’inquietudine che la crescita cinese suscita in questi Paesi. Consci dell’impossibilità di resistere ad una guerra (sia politica, che economica o militare) con la Cina (specie alla luce del declino relativo americano), questi Stati, Taiwan incluso, si stanno adeguando ad un nuovo assetto geopolitico nella regione.

Non sorprende dunque che l’unico antagonista a questo processo sia Washington. Se le relazioni in Est Asia dovessero distendersi, la Cina si troverebbe assolutamente egemone in tutta la regione. Non solo infatti la giustificazione della presenza militare americana in loco verrebbe a mancare, ma Washington subirebbe crescenti pressioni per ritirarsi. In questa situazione, l’America non potrebbe più controllare e limitare l’ascesa cinese, politica, economica ma soprattutto militare (marittima). E la via al multipolarismo sarebbe definitivamente aperta…

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Per ulteriori approfondimenti, si vedano:

Robert S. Ross, “The Geography of Peace: East Asia in the Twenty-First Century,” International Security, Vol 23, No. 4 (Spring 1999): 81-118.

Robert S. Ross, “Balance of Power Politics and the Rise of China: Accomodation and Balancing in East Asia,” Security Studies, Vol. 15, No. 3 (July 2006): 355-395.

Marco Del Corona, “Cina e Taiwan, la svolta: Mai così vicine in 60 anni”, Corriere della Sera (24 gennaio 2009).

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