Il piano italiano anti crisi

Sostegni alla liquidità più che stimoli espansivi

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Un numero crescente di governi sta ricorrendo alla politica fiscale per sostenere le proprie economie, a causa della ridotta efficacia delle politiche monetarie in un contesto di violenta e rapida riduzione della leva finanziaria. Ed è nell’ambito di questo scenario che la Commissione Europea, la scorsa settimana, ha annunciato alcune proposte di stimolo fiscale per l’Europa. E’ importante evidenziare che la Commissione non è un’autorità fiscale federale; né che l’attuale assetto della Ue prevede forme di effettivo federalismo fiscale. Dalla crisi nasce quindi un forte spunto di riflessione per compiere ulteriori passi in direzione dell’Unione politica, da cui deriverebbe una politica fiscale comune. In attesa che tale sogno (o incubo, per alcuni) si avveri, è utile altresì ricordare che la Commissione non dispone autonomamente delle risorse per stimolare la domanda, né ha il potere di costringere i governi nazionali a fare qualcosa che essi non intendono fare.

Il piano della Commissione Europea chiede agli stati membri di assumere iniziative di stimolo della domanda, di mantenimento dell’occupazione, miglioramento della competitività e promozione dell’innovazione anche attraverso delle azioni di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Si tratta di un mix di misure che esercitano impatti differenziati sulla domanda aggregata, con profilo temporale molto diversificato. Di fatto, la Commissione ha fatto ricorso alla metafora della “cassetta degli attrezzi”: un set di strumenti che gli stati possono utilizzare a seconda delle proprie preferenze e dei propri vincoli all’azione. Per quantificare lo stimolo, la Commissione suggerisce (è importante evidenziare questo verbo) un’espansione fiscale intorno all’1,5 per cento del Pil (pari a 170 miliardi di euro, per l’intera Area), con misure che, secondo la ormai classica definizione di stimolo fiscale ottimale, dovrebbero essere tempestive, mirate e temporanee. Di questi 170 miliardi, circa 30 deriveranno dall’accelerazione di programmi di spesa entro il budget della Ue e della Banca Europea degli Investimenti, mentre il resto dovrebbe derivare da iniziative nazionali. La Commissione includerà nel computo le manovre dei singoli stati, annunciate in ordine sparso in questi giorni, purtroppo senza alcuna forma di coordinamento, circostanza che ridurrà l’efficacia complessiva della manovra. E’ noto, infatti, che l’impatto di uno stimolo espansivo sul Pil di una economia aperta agli scambi con l’estero tende ad essere ridotto, nel breve periodo, dall’esistenza del moltiplicatore delle importazioni, la cui dimensione varia da paese a paese. In sostanza, parte dell’impulso espansivo tende a riversarsi all’estero, attraverso il canale delle importazioni. E’ vero che ciò determina effetti di ripercussione, beneficiando in un secondo momento il paese che ha promosso lo stimolo, ma tali effetti si manifestano in modo differito, e tendono quindi a depotenziare l’espansione immediata. Ciò sarà particolarmente evidente nel caso della riduzione dell’Iva attuata dal Regno Unito – un paese che ha da sempre un elevato moltiplicatore delle importazioni- e che non è stata imitata all’interno dell’Area Euro. Per questo un’espansione simultanea e coordinata di tutti i paesi europei avrebbe avuto il maggiore impatto sulla crescita di breve periodo.

Il principale messaggio politico proveniente da Bruxelles, tuttavia, è che la procedura per deficit eccessivo sarà di fatto sospesa per almeno un anno. Ciò significa che i governi nazionali non dovrebbero subire sanzioni in caso di sforamento del tetto del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil. Il condizionale deriva dalla presenza di almeno un paio di casi (Spagna e Irlanda) in cui il deterioramento dei saldi di finanza pubblica sta divenendo drammatico per rapidità ed ampiezza (l’Irlanda potrebbe chiudere l’anno con un deficit-Pil al 6,5 per cento, per toccare il 9 per cento nel corso del 2009), e che saranno verosimilmente gestiti individualmente. Non è quindi un “liberi tutti”, come vorrebbero i sostenitori del partito trasversale e transnazionale della spesa pubblica facile, vista anche la posizione molto rigorosa (ai limiti però della miopia politica) del governo tedesco. Che di fatto non sembra intenzionato per il momento a produrre uno stimolo dell’1,5 per cento del Pil, e si limiterà all’esile 0,2 per cento approvato nei giorni scorsi. Fuori dall’Area Euro il governo britannico ha già approvato un pacchetto di misure di poco superiori all’1 per cento del Pil, ma dovrà gestire anche le future passività prodotte dal proprio sistema bancario, ormai nazionalizzato, circostanza che produrrà molto probabilmente deficit aggiuntivo.

Riguardo le misure adottate dall’Italia venerdì scorso, alcune sono soprattutto sostegni alla liquidità più che veri e propri stimoli espansivi: è il caso del taglio dell’acconto Irap e Ires e (soprattutto) dell’Iva per cassa. Il bonus alle famiglie prevede tempi e modalità di erogazione che rischiano di essere troppo lenti e macchinosi per rispondere al requisito di tempestività della misura. Pur in presenza di misure-tampone quali l’aumento di dotazione del fondo a sostegno del reddito di chi perde il lavoro e di aiuti per i contratti flessibili, appare chiaro che questa crisi deve rappresentare l’opportunità “epocale” per mettere mano al mercato del lavoro italiano e riformarlo dalle fondamenta. Ripetiamo cose già lette, dette e scritte: serve una disciplina dei sussidi di disoccupazione che siano universalistici, tali cioè da coprire tutti i lavoratori, e non solo quelli appartenenti alle imprese maggiori e dotate di maggior potere di lobbying. Serve anche una imposta negativa sul reddito, che agisca integrando la retribuzione di mercato nei casi in cui quest’ultima sia insufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa (potrebbe essere il caso di molti lavoratori privi di competenze specifiche). Non servono, evidentemente, misure quali il salario minimo, che interferiscono con la libera formazione del prezzo tra domanda e offerta di lavoro.

Serve, in estrema  sintesi, una riforma del welfare che liberi il mercato e rafforzi il principio di cittadinanza. Si pensi al funzionamento degli stabilizzatori automatici rappresentati dai trasferimenti pubblici. Quando l’attività economica rallenta, dovrebbero aumentare i trasferimenti ai cittadini che hanno perso l’occupazione. In un sistema di welfare ben disegnato ciò avviene in modo automatico, senza ritardi amministrativi che non siano l’iscrizione ad apposite liste pubbliche. Inoltre, proprio perché chi perde il lavoro tende ad avere una propensione al consumo molto alta (avendo perso la fonte principale del proprio eventuale risparmio), lo stimolo espansivo così indotto tende ad essere tempestivo, mirato, temporaneo e con un elevato effetto moltiplicativo iniziale sul Pil. In Italia, invece, il forte dualismo del mercato del lavoro e l’assenza sostanziale di protezione per i precari ed i lavoratori delle piccole e medie imprese tende a ridurre l’efficacia degli stabilizzatori automatici, deprimendo di più e più a lungo la domanda di consumi delle famiglie.

Per perseguire questo obiettivo strategico l’attuale esecutivo ha praticamente ancora tutta la legislatura davanti a sé. L’apparentemente migliore condizione delle strutture finanziarie e creditizie italiane di fronte alla crisi, e l’approccio rigoroso fin qui tenuto nella gestione dei conti pubblici non devono esimere da interventi in profondità sul sistema. Diversamente, come nel caso del pacchetto appena approvato, misure vincolate dalla ristrettezza delle risorse fiscali disponibili rischiano di non avere sufficiente capacità di stimolo.

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