Rassegna Epistemica – Le lezioni della Storia

5 pensieri su “Rassegna Epistemica – Le lezioni della Storia”

  1. Presi con le pinze però, anche i fatti del passato possono tornarci utili per comprendere l’attualità. Il caso della prima guerra mondiale è quello più interessante. Tutte le testimonianze storiche più o meno ci dicono che si andò in guerra con una specie di baldanza. Come se dopo una corsa di vari decenni allo sviluppo economico e scientifico nei paesi europei vecchi e nuovi, quelli stagionati e quelli in cerca del “posto al sole”, la sfida militare dovesse essere nella coscienza o incoscienza collettiva solo l’acme della sfida per la supremazia. E i progressi infatti erano stati così imponenti dalla guerra franco-prussiana di quasi mezzo secolo prima, che lo sviluppo tecnologico degli armamenti e la forma mentis ancora ottocentesca – naif per così dire – di chi in guerra andava, congiurarono insieme per causare il più grande macello che si sia mai visto nel nostro continente, e che nessuno seppe prevedere.
    Certo, a ben vedere, in tutti i grandi paesi europei e soprattutto quelli in grande crescita come la Germania, i movimenti socialisti para-rivoluzionari in contestuale ascesa testimoniavano come alla crescita si stesse accompagnando la febbre difficilmente controllabile di confuse rivendicazioni “democratiche” e salariali, in una inedita orgia “statolatrica” che accomunava popolo e governanti nello stesso momento in cui il classico “liberalismo” ottocentesco celebrava il suo trionfo e tramonto. E quindi una guerra unificante il paese in un nazionalismo aggressivo che sfogava all’esterno le energie represse all’interno diventava una scappatoia spesso irresistibile. Ma nessuno immaginava dove si sarebbe andati a parare: la fine di un epoca. Tanto che uno dei libri autobiografici più belli della letteratura tedesca del secolo scorso si intitola appunto “Il mondo di ieri” dello scrittore Stefan Zweig.
    Su scala mondiale qualcosa di larvatamente simile sta accadendo oggi: non si parla più di Germania, Impero Austro-Ungarico, Italia o Francia, ma di Cina, India, Russia, Brasile. Non per fare l’uccellaccio del malaugurio, ma per ricordarsi che anche questi nuovi giganti dovranno combattere prima o dopo con le loro tensioni interne.

    "Mi piace"

  2. Grazie per il commento.
    Mi permetto due considerazioni. Questo articolo non voleva screditare “le lezioni del passato”. Esso mirava a sottolineare come spesso si usino lezioni sbagliate o non appropriate. A proposito della prima guerra mondiale, Micheal Howard, nel suo “The Causes of War” ha scritto delle pagine imperdibili relativamente alla lezione che da essa può essere tratta.

    Relativamente al contenuto del commento, mi riservo di dissentire invece riguardo la “guerra unificante i paesi in un nazionalismo aggressivo che sfogava all’esterno le energie represse all’interno”. Se è vero che ci fu una dimensione “domestica” nella conflagrazione del conflitto, è altrettanto vero che vi fu anche (e soprattutto) una dimensione “internazionale”. La particolare configurazioe dell’ordine europeo, basato su più grandi potenze legate tra di loro da alleanze rigide, non può infatti essere ignorata. Fu infatti la difesa di due alleati di per sè insignificanti (la Serbia e il Belgio), a portare due Grandi Potenze (rispettivamente la Russia zarista e la Gran Bretagna) in conflitto con la Germania Guglielmina.

    Forse un giorno Cina, India, Russia e Brasile dovranno combattere con le loro tensioni interne. Ma è anche possibile, più semplicemente, che il loro maggiore ruolo a livello internazionale porti questi Paesi a maggiori aspettative e pretese, creando così situazioni di possibile conflitto con altri Stati.

    "Mi piace"

  3. Scrivere un commentino su questioni tanto vaste e sulle quali sono stati scritti migliaia di libri, è naturalmente una cosa che lascia il tempo che trova. Tuttavia voglio puntualizzare – opinioni personalissime, ben s’intende – alcune cose in merito a quanto detto sopra.
    Lo scoppio della prima guerra mondiale fu in qualche modo facilitato dal fatto che nessuno dei contendenti seppe misurarne le conseguenze e lo svolgimento, l’immane numero di vittime e la durata; era opinione comune, per quanto superficiale, che potesse essere questione di qualche mese o al massimo di un anno; si “giocava” molto alla guerra, nei circoli diplomatici e anche nell’opinione pubblica; ognuno pensava di mangiarsi il proprio avversario di turno in un boccone; negli anni immediatamente precedenti in Germania si parlò apertamente di “guerra preventiva” ad una Russia indebolita e ancora scossa dai primi moti rivoluzionari.
    Il centro dell’instabilità, col progressivo sfaldarsi dell’Impero Ottomano, erano i Balcani, zona d’influenza dell’Impero Austro-Ungarico, a sua volta scosso all’interno dalle pulsioni nazionalistiche di slavi e ungheresi. In questo quadro la Germania appoggiò sotterraneamente sempre le correnti più intransigenti all’interno dei governi dell’Impero Austro-Ungarico, forse senza calcolarne a breve termine con giustezza gli effetti, come avvenne dopo l’uccisione dell’Arciduca Ferdinando a Sarajevo, quando dopo un’iniziale intransigenza, visto l’avvitarsi della crisi, il Kaiser fece una specie di retromarcia, dicendo – a riguardo dell’ultimatum lanciato dall’Austria alla Serbia – più o meno che quest’ultima aveva ceduto su tutto.
    E’ noto, e questo io credo sia il fattore decisivo, che in molti circoli in Germania si vedesse nella guerra l’occasione per una svolta “conservatrice”, di fronte all’instabilità sociale e all’avanzata dei socialisti. La “volontà” di guerra, confusa ed inconfessabile, si esprimeva nel non fare nulla per impedirla e nel soffiare sul fuoco, con destrezza, laggiù nei Balcani.
    Quindi io penso che la politica di potenza della Germania Guglielmina fosse – tra altre concause – la forza nascosta e principale che spingeva per la guerra; non dico la causa “fatale” e “inevitabile” perché nella storia non c’è niente di assolutamente determinato.
    Ciò non toglie, ad esempio, che magari in Gran Bretagna ci fosse chi vedesse nella guerra – in quel momento e nonostante l’impreparazione – un modo d’azzoppare, prima che fosse troppo tardi, l’apparentemente inarrestabile avanzata della potenza continentale germanica, che proprio in quegli anni aveva dato però enorme sviluppo alla marina da guerra.
    Non so se nella letteratura specifica in materia di rapporti internazionali la “politica di potenza” abbia ormai acquisito una sua definizione tecnica ben precisa, tuttavia – al di là delle disquisizioni lessicali – rimane un concetto abbastanza ambiguo. Non credo che la “politica di potenza” sia una strategia pianificata a tavolino da qualche pezzo grosso del quartier generale. Penso piuttosto che in senso lato sia un’emanazione su scala regionale o mondiale della sua potenza intrinseca. Se vogliamo anche la politica degli Stati Uniti nel XX secolo, con il lento ma sistematico allargamento della sua sfera d’influenza, magari sotto la forma politicamente corretta del messianismo wilsoniano, in ultima analisi può essere definita una “politica di potenza”. Ma in ogni caso essa era il risultato per così dire “naturale” di un paese nel quale le diverse facce della vastità territoriale, dell’importanza demografica, della potenza economica, della potenza militare (che anzi fu l’ultima a svilupparsi), della solidità delle istituzioni e della maturità del sentimento liberale-democratico, si specchiavano una nell’altra. E quindi in sé aveva dei meccanismi impliciti di autocontrollo, vuoi nei principi filosofico-culturali che animavano il dibattito politico, vuoi nell’opinione pubblica, che limitavano il concetto all’uopo sempre comodamente estendibile della difesa nuda e cruda dei propri interessi. Mentre la “politica di potenza” di uno stato alle prese con una forte disarmonia di questi fattori interni, tipica delle fasi di crescita a tappe forzate – di solito nella forma di forza economico-militare/debolezza politico-culturale – ha sempre accenti di aggressività e incontrollabilità. E’ di solito in questo senso ristretto che s’intende la “politica di potenza”.
    Oggi chi può valutare appieno i travagli cui andranno incontro Cina e India nel loro tumultuante sviluppo? Chi può valutare appieno il potenziale nazionalismo di gente che fino a ieri non contava pressoché nulla ed ora si trova nella possibilità di far sentire – improvvisamente e massicciamente – il proprio peso nell’arena mondiale, senza essere stata minimamente temprata a resistere alle tentazioni di un tale potere? Chi può dire se le loro pretese in campo internazionale si limiteranno ad essere “giuste”, ed una volta soddisfatte, non essere alimentate invece dalla tentazione di risolvere i problemi interni con fiammate nazional-vittimistiche? In fondo, potrebbero essere esse, Cina ed India, a dare corpo ai sogni, o meglio, agli ancora nascosti istinti revanscisti di tre quarti del mondo contro l’uomo “bianco”.
    Per questo penso che ancora per un bel pezzo Europa e Stati Uniti saranno “costrette” a viaggiare di conserva e a coordinare le proprie politiche internazionali, e a subordinare o almeno contemperare di fatto le esigenze degli “interessi nazionali” con la priorità di una deterrenza possibile solo con l’unità d’intenti.

    "Mi piace"

  4. Grazie per questa ulteriore riflessione, che contribuisce con numerosi e interessanti spunti al tema trattato dal mio articolo.

    Relativamente a quanto lei scrive sulle cause della prima guerra mondiale (cito testualmente per non fare confusione: “Lo scoppio della prima guerra mondiale fu in qualche modo facilitato dal fatto che nessuno dei contendenti seppe misurarne le conseguenze e lo svolgimento, l’immane numero di vittime e la durata”) sono stati recentemente sollevati dubbi in materia. Non posso dire di essere in disaccordo con quanto da lei scritto, mi limito a sottolineare come esistano posizioni diverse (si veda Keir A. Lieber “The New History of World War I and What It Means for International Relations Theory,” International Security, Vol. 32, No. 2 (Fall 2007): 155-191., e la risposta di Jack Snyder, “Correspondence: Defensive Realism and the “New” History of World War I.” International Security, Vol. 33, No. 1 (Summer 2008): 174-194.)

    Relativamente al ruolo della politica interna in Germania (cito nuovamente: “che in molti circoli in Germania si vedesse nella guerra l’occasione per una svolta “conservatrice”, di fronte all’instabilità sociale e all’avanzata dei socialisti. La “volontà” di guerra, confusa ed inconfessabile, si esprimeva nel non fare nulla per impedirla e nel soffiare sul fuoco, con destrezza, laggiù nei Balcani.”), mi trovo francamente a non saper dare una risposta precisa.

    Non escludo che la politica interna in ogni Paese possa aver giocato un ruolo importante nel portare al conflitto, ma l’idea che la Germania vedesse nella guerra la possibilità di risolvere problemi domestici mi sembra un po’ coraggiosa, non altro perchè sfida una letteratura vastissima a proposito che punta invece su considerazioni “esterne”.

    Sono invece perfettamente d’accordo relativamente a quanto scritto sul ruolo della politica di potenza e sulla volontà dell’Inghilterra di arrestare l’espansione tedesca (il termine espansione da intendersi in senso generale). Se ad aver invaso il Belgio fosse stata la Francia, come disse un membro del parlamento inglese durante una seduta, l’Inghilterra non si sarebbe preoccupata molto (su questo si veda E. H. Carr, The Twenty Years’ Crisis, p. 183).

    Ultimo punto. La sua definizione di politica di potenza è corretta. E infatti quella degli Stati Uniti è politica di potenza pura, benchè ne dicano i vari innamorati dell’esportazione della democrazia. Però, i distinguo da lei tracciati tra Stati Uniti e Germania sono, a mio parere, un po’ deboli. Gli Stati Uniti della fine del XIX e della prima parte del XX secolo erano tutt’altro che una società caratterizzata da armonia interna (hanno avuto una guerra civile), il dibattito politico e il ruolo dell’opinione pubblica erano tutt’altro che un meccanismo di autocontrollo (proprio la pressione popolare spinse per la guerra con la Spagna nel 1898).

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.