Appunti sull’innovazione in Italia

di Massimiliano Neri

Al confine fra ricerca scientifica e sviluppo tecnologico si gioca la partita dell’Innovazione. Questa frontiera rappresenta il cardine piu debole del sistema competitivo italiano.

In gergo tecnico l’innovazione si snoda su tre stadi successivi:

  • ricerca di base (teorica)
  • ricerca industriale (applicata)
  • sviluppo precompetitivo (prototipi industriali)

Generalmente i primi due sono compresi sotto l’ombrello della “ricerca scientifica”, mentre il terzo appartiene già all’ambito industriale. La frontiera di cui parliamo è quindi situata sulla cerniera fra “ricerca industriale” e “sviluppo pre-competitivo”, due campi la cui unione viene comunemente denominata Ricerca e Sviluppo (R&S).

Faccio notare che questo modello a cascata è di antica concezione ed è criticatissimo anche all’interno del mainstream (si veda Foray e Rosenberg), in quanto si perde vari contributi, come ad esempio il feedback fondamentale fornito dallo sviluppo precompetitivo alla ricerca industriale.

In un recente studio della RAND, si analizza lo stato della ricerca americana. A onor del vero, Fritz Machlup fu il primo ad essere investito da eccesso di entusiasmo per l’importanza della R&S nella produzione di innovazione. I suoi studi empirici sono la base per gli stessi sviluppi neoclassici nel campo dell’innovazione che oggi la Scuola Austrica critica. Conosciamo bene la debolezza delle conclusioni teoriche derivate non da un’analisi logico-deduttiva ma da speculazioni che si reggono in piedi con le stampelle della correlazione statistica. Tuttavia non possiamo negare che le statistiche sugli investimenti in R&S, con tutti i loro limiti, rappresentano un’ottima proxy per analisi comparative fra paesi.

Gli americani, malgrado gli eventi contingenti, sono ancora al vertice negli investimenti in R&S e nella produttività di questi investimenti. Una delle ragioni di questa leadership risiede nella loro rinnomata capacità di attrarre ricercatori e professionisti stranieri. E’ noto che l’Italia in quest’ambito si posiziona in zona retrocessione.

Questo è un argomento su cui si rischia di fare della retorica facile e su cui la politica italiana si è in passato fatta molto male, incensandosi con programmi gloriosi, successivamente incespicati platealmente (i centri di eccellenza). Le ragioni del fallimento ammontano sempre alla stessa radice: una marea di paletti accuratamente depositati da un lato da un sistema accademico baronale e auto-ingessante e, dall’altra, dal gesso cosparso bulimicamente da fisco e burocrazia nei meccanismi della struttura produttiva.

Sulle politiche di lungo termine, ogni liberista dotato delle nozioni economiche elementari è in grado di proporre un ragionevole menu di ricette e priorità. Ma è nel breve/medio termine dove le cose si complicano e dove, nel mondo piatto della globalizzazione, ci giochiamo la partitia dell’innovazione.

Il breve termine è fondamentale per la seguente ragione. Abbiamo già menzionato l’importanza dei risultati dello svilupo precompetitivo per orientare produttivamente la direzione della ricerca industriale. Se gli investimenti al confine sono deboli, non c’è sinergia e il feedback si perde. L’accademia continuerà a rimanere chiusa a uovo nel suo mondo teorico inapplicato e l’industria italiana continuera ad autoprodurre innovazione, limitandosi ovviamente a quei campi in cui la presenza della ricerca scientifica non è un requisito necessario.

In conclusione le ricette per il breve termine sono le seguenti:

  • aumento degli investimenti alla frontiera fra ricerca scientifica e sviluppo precompetitivo (con facilitazioni fiscali, snellimento brurocratico e, ebbene sì, investimenti pubblici mirati)
  • aumento della base di ricercatori qualificati tramite una serie di incentivi (fondamentali quelli economici) che attragano cervelli esteri, senza distinzione fra nazionalita di origine (un bravo italiano vale tanto quanto un bravo indiano – l’italiano avrà il vantaggio lingua madre)

ps: richiamando l’investimento pubblico, sono conscio di sucitare le critiche di quei liberisti e antiminiarchisti che non intravedono nell’intervento machiavellico la scintilla capace far saltare con gambe anabolizzate gli ostacoli imposti dal pachiderma statale. Ma credo che fare i puri rifiutandosi di risolvere i problemi sia francamente troppo “facilistico”.

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