Ma l’originalismo serve al federalismo

di Mario Seminerio

L’articolo di Giovanni Boggero sull’originalismo di Robert Bork ed il rischio di una “dittatura delle corti” implicato da interpretazioni eccessivamente estensive delle norme di legge rappresenta un interessante spunto di riflessione. Pubblichiamo di seguito parte di un nostro articolo di tre anni fa che evidenzia come l’interpretazione originalista della costituzione americana rappresenti in realtà un approccio libertario e funzionale a preservare il federalismo statunitense.

Dove va il federalismo americano?

La recente decisione della Corte Suprema statunitense di invalidare la legge californiana sull’utilizzo a fini terapeutici della marijuana è stato criticato da destra e da sinistra con l’accusa di attentare ai principi del federalismo. I due giudizi dissenzienti, Clarence Thomas e Sandra Day O’Connor, hanno spiegato il problema nella loro relazione di minoranza. Concedere al Congresso l’autorità di regolamentare la coltivazione di modiche quantità di marijuana nel giardino di casa (marijuana che non sarà mai commerciata né mai attraverserà i confini statali), rappresenterebbe un vulnus agli sforzi che i Costituenti americani posero in essere per limitare i poteri federali. Come ha scritto il giudice Thomas, che si rifà alla scuola di pensiero originalista e libertaria, “se il Congresso può regolamentare ciò, allora può regolamentare pressoché ogni cosa, ed il Governo federale cessa di essere una forma di governo di limitati ed enumerati poteri“.

Queste considerazioni chiamano direttamente in causa l’Amministrazione Bush, e la sua scelta di sottoporre alla legislazione federale antidroga anche la coltivazione domestica di marijuana. Una decisione che fa seguito a molte altre, e che sembra indicare un sostanziale disinteresse a preservare l’equilibrio dei poteri tra legislazione federale e statale:

1) L’ex ministro della Giustizia, Ashcroft, ha stabilito che la legge federale vieti ai medici dell’Oregon la somministrazione assistita di dosi letali di farmaci per i pazienti malati terminali, minacciando di revocare la licenza federale ai medici coinvolti. Le corti federali inferiori hanno bloccato l’ordinanza, Ashcroft ha fatto ricorso alla Corte Suprema Federale, che è attesa pronunciarsi nel merito in autunno;
2) Il sostegno della presidenza al tentativo del Congresso di bloccare la morte di Terri Schiavo: il Congresso in quella circostanza emise una direttiva straordinaria alle corti federali per intervenire nell’ambito del diritto di famiglia, un ambito che è rimasto sotto il controllo della legislazione statale dalla nascita della repubblica. Le corti, in quella circostanza, si sono dimostrate più scrupolose del Congresso nel voler tutelare la Costituzione;
3) Riguardo il matrimonio gay, lo scorso anno il presidente Bush, anche in risposta a quelli che egli ha definito “giudici attivisti” in Massachusetts e San Francisco, ha proposto un emendamento costituzionale per definire “matrimonio” esclusivamente l’unione tra un uomo ed una donna. Un simile emendamento cancellerebbe le leggi statali che regolamentano le unioni gay;
4) La legge del 2002 nota come “No Child Left Behind” ha ridotto l’autonomia statale in materia di educazione, introducendo standard uniformi per i test scolastici, e minacciando ristrutturazioni nella gestione dei distretti scolastici in caso di mancata osservanza degli standard federali, ancora una volta in un ambito che da sempre è compreso tra le competenze delle autonomie locali.

Secondo alcuni osservatori, queste iniziative, pur se animate dalle migliori intenzioni, creerebbero una pericolosa strategia costituzionale. L’adozione di rigide normative nazionali (“one-size-fits-all“) finirebbe col mettere a rischio l’essenza stessa del federalismo, che richiede invece una governance decentralizzata. Il federalismo consente agli stati di competere per acquisire residenti ed aziende. Così, una persona potrebbe scegliere di andare a vivere in California (a parità di opportunità economiche) “barattando” maggiori tasse con standard più stretti di tutela ambientale, allo stesso modo in cui un’altra può decidere di trasferirsi in Massachusetts perché quello stato consente i matrimoni gay. C’è poi un’altra interessante interpretazione dei benefici del federalismo, quella secondo cui esso consentirebbe la creazione di “laboratori di democrazia” nei singoli stati, dando loro la possibilità di sperimentare “nuove forme sociali ed economiche”, come osserva il giudice della Corte Suprema Louis Brandeis, “senza porre a rischio l’intera nazione”. Aumentare la portata della legislazione federale equivarrebbe così a ridurre la capacità d’innovazione dell’intero sistema socio-politico statunitense. Il federalismo, secondo questa corrente di pensiero, rappresenta un doppio livello di tutela per le libertà dei cittadini, perché è stato congegnato in modo da permettere ai differenti governi (statale e federale) di controllarsi reciprocamente, allo stesso modo in cui ciascuno dei due livelli controlla se stesso attraverso la scelta elettorale attuata dai cittadini.
Washington, seguendo questa interpretazione, dovrebbe quindi intervenire solo quando appare evidente che una singola normativa federale potrebbe risolvere un problema di portata nazionale, che i singoli stati non sono in grado di gestire.
All’inizio del proprio mandato, Bush affermò che avrebbe fatto del rispetto del federalismo una priorità dell’Amministrazione, perché “la nostra libertà è meglio preservata quando il potere è diffuso“. Si possono fare due considerazioni sul merito di questa disputa dottrinaria, ma dalle evidenti ricadute sulla vita dei cittadini: in primo luogo, che l’Amministrazione Bush sembra confermare la propria “atipicità” rispetto alla tradizione conservatrice del passato. Questa, infatti, era caratterizzata dal rispetto sacrale dei principi federalisti e dall’aspirazione al “governo minimo”, quello che taglia le tasse durante le recessioni e taglia la spesa pubblica durante le espansioni. L’Amministrazione Bush, per contro, anche considerando la tragica “anomalia” rappresentata dall’11 settembre, si è fin qui distinta per una politica di Big Government nel deficit spending, e per il tentativo di ridurre significativamente l’autonomia legislativa degli stati, soprattutto in applicazione della propria “moral agenda“. (23 giugno 2005)

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