Per una comparazione del fenomeno leghista

di Filippo Salone*

È in gran parte condivisibile l’analisi sul fenomeno leghista che Angelo Panebianco fa sul Corriere all’indomani dell’exploit del voto del 13 aprile. Panebianco, che marca la sua disamina sulla Lega come comunità di interessi, già all’inizio degli anni Novanta spiegava come nel movimento leghista “protesta antisistema e rappresentanza territoriale si incontrano e fanno sinergia”, prendendo così le distanze dai tanti che sovente consideravano Bossi e il leghismo come fenomeno rozzo o comunque folkloristico destinato a scomparire una volta che la Repubblica partitocratrica avesse lasciato il posto ad una nuova e razionale architettura politico-costituzionale.

Ora, ad oltre venti anni dalla sua costituzione e registrato un nuovo sfondamento di poco inferiore al picco storico del ‘96, il Carroccio attira su di sé nuove e trasversali attenzioni. Ma al di là di ogni esegesi estemporanea, e quindi inevitabilmente superficiale, per inquadrare al meglio il leghismo non si può prescindere da un’analisi di insieme che indaghi il fenomeno nella sua esperienza storica e che tenga debitamente conto di alcuni basilari parametri di comparazione. Solo in questa chiave sarà possibile tracciare le coordinate per un modello interpretativo in grado di decifrare attendibilmente l’evoluzione del fenomeno leghista.

Senza aver la pretesa di ripercorrere l’intera letteratura sull’argomento e di ispezionare tutti i numerosi casi empirici, si può innanzitutto affermare che in Europa Occidentale i movimenti a cui la Lega si può accostare non costituiscono un idealtipo fisso ma si differenziano a seconda delle varie esperienze nazionali: si va dal movimento cosiddetto “etnonazionale” in senso proprio (il caso basco è emblematico) alla formazione più connotata in senso regionalista (movimento catalano), passando per le varie distinzioni in base al grado di autonomia (indipendenza, autogoverno, federalismo) che viene perseguito.

La tipicità su cui particolari popolazioni o aree territoriali dell’Europa occidentale hanno investito per rivendicare la loro mobilitazione è stata di volta in volta di carattere geografico (Irlanda del Nord), culturale (Scozia), linguistico (Baschi e Fiamminghi), economico (Catalani e per certi versi Fiamminghi).
In alcuni casi ci si può riferire al cleavage centro-periferia con quale Stein Rokkan, uno degli studiosi più autorevoli del nostro secolo e autore appunto della teoria dei cleavages, spiega l’esistenza di partiti e movimenti territoriali in opposizione allo Stato [1].

La frattura tra centro e periferia nell’ambito degli stati nazionali è stata ripercossa in tempi recenti, secondo Rokkan, da una vasta ondata di mobilitazioni all’interno delle quali i conflitti hanno investito sia la difesa di specifiche culture locali (lingue, tradizioni e costumi), sia i limiti di autonomia decisionale imposti dal centro ad alcune aree regionali particolarmente emancipate. La mobilitazione in questo caso si traduce di più nel modello rappresentato dai movimenti regionalisti piuttosto che dalla formula dell’etnonazionalismo.

Tali movimenti, secondo la definizione che ne dà lo studioso Pietro Grilli di Cortona, “concentrati su base regionale, fanno della loro identificazione col territorio e con la comunità d’origine la motivazione principale delle proprie aspirazioni di rappresentanza, fondando la propria azione politica sulla difesa e la promozione di valori e interessi dell’area regionale e territoriale nella quale operano” [2].
Da questa breve “road map” introduttiva si possono ricavare indicazioni utili per meglio inquadrare il fenomeno leghista.

Innanzitutto l’originalità e la forza della Lega sono stati, secondo l’ interpretazione proposta, la capacità di incunearsi tra i due principali modelli esistenti, compensando la difficoltà di procedere ad uno sviluppo su base etnica nelle regioni del Nord con l’adozione di un regionalismo di vasta scala a connotazione economica. La proposta delle leghe autonomiste della prima ora, effettivamente incentrata su un messaggio di tipo etnonazionalista, con la denuncia dello stato di “colonie interne” delle regioni dell’Italia settentrionale e la valorizzazione degli elementi di distinzione etnoculturale delle popolazioni residente nelle stesse regioni, si è infatti dimostrata marginale rispetto alla successiva evoluzione leghista. Sostenere il contrario vorrebbe dire non tenere conto del differenziale politico introdotto in una fase successiva dal movimento sotto la guida di Umberto Bossi.

Di fatti la promozione del Nord così come concepita da Bossi non fa perno su alcuna discriminante etnica, anche solamente per la difficoltà a trovarne qualcuna. Le distinzioni etniche, storiche, di lingua e tradizione fra le regioni dell’Italia settentrionale e il resto dell’Italia sono infatti molto marginali, e non avrebbero garantito una identità paragonabile a quella costruita e spesa dai più importanti movimenti etnonazionalisti europei sulla base di un patrimonio di condivisione di caratteri comuni di tipo culturale (lingua, religione, storia, tradizioni) e/o naturale (vincoli di sangue, comune discendenza), e che quindi su questa identità hanno investito le loro rivendicazioni indipendentiste e separatiste.

Salta all’occhio, in base a quanto detto, una prima netta differenziazione tra un movimento come quello basco, dalla forte identità storica, ancorata cioè nel tempo e nella tradizione di passate esperienze di lotta, con un proprio standard endoglossico, e quindi collocabile a pieno titolo nel modello di formazione etnonazionalista, e la Lega, oggettivamente priva di un patrimonio d’appartenenza preesistente. Anche gli scozzesi dello Scottish Party, a cui pure la Lega nella sue pubblicazioni ha fatto più volte riferimento, potevano e possono vantare una tradizione e una storia di indipendenza di popolo, condivisa nella memoria comune, che è difficilmente rintracciabile nel patrimonio lombardo.

D’altra parte se la tipizzazione regionalista, così come definita da Grilli da Cortona, può di primo impatto riscontrare una particolare fedeltà all’identikit della Lega, tuttavia inserire questo movimento sulla scia dei partiti regionalisti classici (dei quali, per restare all’Italia, l’Union Valdotaine o la S.V.P rappresentano un esempio) risulta ancora riduttivo. Il Nord Italia piuttosto che una periferia naturale e geografica infatti rappresenta un centro economico ampiamente sviluppato e per questo in grado di nutrire aspirazioni autonomiste rispetto al centro politico nazionale.

Considerate infatti alcune interpretazioni riguardo i processi di globalizzazione in atto secondo le quali “l’unità di business naturale per attingere all’economia globale e produrre ricchezza è la regione, non la nazione” [3], nello specifico un paragone tra la Lega e il movimento autonomista catalano potrebbe essere di qualche fondamento; trattasi in entrambi casi dell’espressione di un modello regionalista “forte”, che punta su una caratterizzazione economica delle proprie rivendicazioni e quindi sulla rappresentanza di una “comunità di interessi” inclusa in un perimetro territoriale più o meno esteso.

In entrambi i casi, inoltre, si è scelto per una composizione politica del conflitto con una rappresentanza partitica presente sia a livello nazionale che a livello regionale, dove tra l’altro risulta maggioritaria, e con l’approdo finale, di cui le rispettive rappresentanza partitiche si sono fatte promotrici, verso una riforma dello Stato in senso federalista o di regionalismo avanzato.
Ovviamente i distinguo anche qui non mancano: mentre la Convergència i uniò de Catalunya ha potuto legittimare le proprie rivendicazioni territoriali anche sulla base di antiche tradizioni di autonomia (i fueros del XVI secolo) di specificità culturali/linguistiche tutt’oggi perduranti (il catalano è riconosciuto in costituzione come lingua nazionale al pari del castigliano), nel patrimonio della Lega, questo tipo di risorse, come già accennato, sono completamente assenti o del tutto marginali.

Per ovviare a questa lacuna e quindi per costruire un consenso immediato e “popolare” intorno all’identità proposta, la Lega, ed è ciò che infine rende specifico il modello leghista, ha utilizzato risorse tipiche dei movimenti populisti classici. Nella promozione del suo messaggio e quindi nella scelta della forma da dare ai suoi contenuti, ha lasciato spazio a manifestazioni di ostilità verso alcuni gruppi esterni (meridionali, extracomunitari, i partiti romani) considerati come estranei e diversi rispetto all’identità promossa, non tanto per pregiudizi ideologici di fondo ma proprio per distinguere e rafforzare ulteriormente questa stessa identità (la Lombardia ed il Nord popolo di produttori laboriosi da difendere rispetto alla minaccia delinquenziale degli extracomunitari e alla logica assistenzialista del meridionalismo), rendendola nel contempo motivo attrattivo di adesione e militanza.

Se è vero che infarcendo il suo messaggio di toni e slogan tipici dell’armamentario populista la Lega ha finito per orientare in questo senso gran parte della sua base e alcuni dei suoi attivisti, esponendosi così alla critica di rispecchiare essa stessa un’anima populista, rimane comunque difficile ritenere la Lega una forza populista in senso proprio, al pari dei più importanti movimenti di estrema destra in Europa (su tutti il riferimento classico è quello al Front National francese di Le Pen). I populismi infatti operano a beneficio di un soggetto generico quale il popolo e in nessun caso si ergono a tutela di un soggetto collettivo preciso quale la regione o la macroregione.

Come fa notare ancora Grilli da Cortona, cioè, i partiti di destra populista e xenofoba “hanno origini storiche e matrici ideologiche diverse, non sono espressione di una frattura territoriale […] il loro nazionalismo è proclamato sempre in ambito statale e non regionale […] sono assenti rivendicazioni miranti alla modifica della struttura statale o comunque alla riorganizzazione amministrativa: anzi, in genere questi partiti sono centralisti e ostili a cambiamenti in questa direzione” [4].

Dall’analisi di comparazione messa in atto può emergere allora una prima base di interpretazione del fenomeno leghista: nella sua natura intrinseca questa può essere ricondotta a quel tipo di esperienza di mobilitazioni di macroregioni che promuovendo una qualche specificità – si va dalla caratterizzazione culturale a quella economica – rivendicano perciò forme di autonomia politica nonché economica e fiscale per la propria area territoriale. All’interno di questo spettro la Lega si configura dunque come una forza regionalista, che fa della sua identificazione col territorio e con la comunità d’origine (la Lombardia prima, il Nord poi) la motivazione principale delle proprie funzioni di rappresentanza e che quindi fonda la propria azione politica sulla tutela e la promozione di valori e interessi propri di quell’area territoriale e di quella comunità.

Il regionalismo della Lega tuttavia è un regionalismo caratteristico perché in grado di spendere ulteriori risorse per la propria promozione politica; risorse di tipo materiale (la centralità economica) e risorse di tipo strategico-comunicative (messaggi e toni di matrice populista). Per questo chi ha cercato di definire in termini un modello leghista ha parlato di volta in volta di neoregionalismo o di neoregionalismo populista.
Una Lega che in ogni caso, a prescindere da ogni “etichetta” definitoria, tra più idealtipi storici sembrerebbe nel suo dna collocarsi molto più in prossimità del modello di partito regionalista e che tuttavia conserva anche rispetto a questo delle specificità e un differenziale ancora oggi decisivo per la sua affermazione.

Note

1. Si fa riferimento a S. Rokkan, Citizens, Elections, Parties, Oslo, Univeristetforlaget; trad. it. Cittadini, elezioni, partiti, Il Mulino, Bologna 1982.
2. Cfr. P. Grilli di Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, Il Mulino, Bologna 2003, cit. pag.203.
3. Cfr. K. Omahe, The End of Nation State. The rise of regional Economies, The Free Press, New York 1995; trad. it. La fine dello Stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini e Castoldi, Milano 1996.
4. Cfr. P. Grilli di Cortona, op. cit. pag. 232

* Filippo Salone (Trapani, 1981) si è laureato presso la LUISS Guido Carli di Roma. Attualmente frequenta un dottorato di ricerca in Storia Politica presso l’Università di Bologna. Collabora con la rivista di politica internazionale “Equilibri”.

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